Orizzonte precario…


Lascio questi versi come un addio
inghiottito dalla nudità della memoria
sapendo che il mondo non ne ha bisogno
del mio saluto con la mano che trema
giù nel fondo stellato
nessuno si accorge

Orizzonte precario
mi appoggio alla tua acqua fredda
e scavo la tua fronte di cielo oscuro

Abbandonato nella nebbia fitta
non so da dove vengo e dove vado
assedio nevi che mi assediano
in balia di neri uccelli

Voglio sapere chi mi separa da una terra impazzita
e che fine faranno la mia Ombra oltre l’acqua
la pioggia che cade nella pioggia e gli Dèi fra gli alberi

In fila accanto al freddo e al destino
attendo che mi chiamino all’alba dalle pietre
volti pallidi di voci arrochite

Il mio nome è una linea che divide
la luce dall’oscurità
il mio corpo misura tra la sabbia e il cielo


GESIM HAJDARI
“Lascio questi versi come un addio”

Via, pensieri tristi!..


Via, pensieri, voi, nubi autunnali!
Ora è la primavera dorata!
Forse nell’amarezza, nel pianto
Passeranno gli anni della giovinezza?

No, voglio ridere attraverso le lacrime,
Intonare canzoni nel dolore,
Sperare comunque senza speranze,
Voglio vivere! Via, pensieri tristi!

In un triste campo desolato
Seminerò fiori variopinti,
Seminerò fiori nel gelo,
Verserò su di essi lacrime amare.

E per queste lacrime cocenti si dissolverà
Quella possente crosta di ghiaccio,
Forse i fiori cresceranno – e giungerà
Anche per me l’allegra primavera.

Trasporterò un pesante masso
In cima a un’erta montagna sassosa
E, portando questo tremendo fardello,
Intonerò un’allegra canzone.

Nella lunga notte buia, impenetrabile
Non chiuderò gli occhi per un attimo,
Cercherò la stella polare,
La chiara sovrana delle notti buie.

Sì! Riderò attraverso le lacrime,
Intonerò canzoni nel dolore,
Spererò comunque senza speranze,
Vivrò! Via, pensieri tristi!


LESJA UKRAINKA
“Contra spem spero”

Niente panico…

niente panico...

Sta proprio succedendo qualcosa di molto strano. – disse Ford.
Folli e lamentosi suoni di pifferi e di violini s’incancrenirono nel vento, frittelle dolci salutarono fuori dalla strada per dieci pence l’una, orribili pesci precipitarono dal cielo, e Arthur e Ford decisero di scappare.
Si buttarono in mezzo a pesanti muri di suono, a montagne di pensiero arcaico, a valli di musica triste, a laghi di scarpe maligne e di pipistrelli stupidi, e d’un tratto sentirono una voce di ragazza.
Sembrava la voce di una persona ragionevole, ma disse solo:

– Due elevato alla potenza di centomila contro uno, in
diminuzione.

Ford scivolò lungo un raggio di luce e girò vorticosamente, cercando di individuare da dove venisse la voce, ma non vide niente che si potesse ritenere realmente verosimile.
– Che voce è questa? – gridò Arthur.
– Non lo so! – urlò Ford. – Non lo so. Sembra un indice di
probabilità.
– Probabilità? Cosa intendi dire?
– Intendo dire probabilità. Per esempio, due probabilità contro una, tre contro una, quattro contro cinque. La voce ha detto due elevato alla potenza di centomila contro uno. Una roba molto improbabile, ti pare?
– Ma cosa significa? – urlò Arthur.
– Non lo so. Non lo so proprio. Penso che siamo su un qualche
tipo di astronave.
– Posso solo dedurre – disse Arthur – che non ci troviamo negli scompartimenti di prima classe.
Nella struttura dello spaziotempo apparvero grandi, orridi rigonfiamenti.
– Aaaaaaaau – disse Arthur, sentendo il proprio corpo ammorbidirsi e piegarsi in insolite direzioni. –  Le mie gambe vanno
alla deriva nel tramonto… anche il braccio sinistro se n’è partito via.
– Ford – disse poi. – Ford, smettila! Stai diventando un pinguino!
Si sentì di nuovo la voce.

– Due elevato alla potenza di settantacinquemila contro uno, in diminuzione.

Ford sculettò furiosamente intorno a un laghetto.
– Ehi, chi siete? – disse. – Dove siete? Cosa sta succedendo? C’è
modo di fermare tutto ciò?

– Calmatevi, prego

– disse la voce, suadente come quella di
un’hostess su un aereo di linea con un’ala sola e due motori di cui uno in fiamme.

Siete in salvo. 

– Due elevato alla potenza di cinquantamila contro uno, in
diminuzione – disse la voce.

– Non credete sia il caso – stridette rauco Ford, con furia
pinguinesca – di dirci qualcosa?

La voce si auto–schiarì. Mentre un gigantesco pasticcino da tè
andava a passeggio goffamente in lontananza, disse:

– Benvenuti
sull’astronave Cuore d’Oro.

La voce continuò:

– Vi prego di non spaventarvi, qualsiasi cosa vediate o sentiate
intorno a voi. È inevitabile che per un po’ risentiate le conseguenze
dell’essere stati salvati da morte certa a un livello d’improbabilità di
due elevato alla potenza di duecentosessantasettemilasettecentonove
contro uno, in diminuzione: ripristineremo la normalità appena
saremo sicuri di cosa sia in ogni caso il normale. Grazie.

La voce tacque.

Ford e Arthur si ritrovarono in una piccola cabina rosa e brillante.
Ford era eccitatissimo.
– Arthur! – gridò. – È fantastico! Siamo stati raccolti da
un’astronave che va a propulsione d’Improbabilità Infinita! È incredibile! Ne avevo già sentito parlare, ma la cosa è sempre stata smentita! Evidentemente invece ce l’hanno fatta! Hanno creato la
Propulsione d’Improbabilità! Arthur, hai sentito, è… Arthur? Che cosa succede?
Arthur spingeva con tutta la forza la porta della cabina, che voleva aprirsi.
– Ford! – disse – qui fuori c’è un’incredibile moltitudine di
scimmie che vogliono parlarci di una sceneggiatura dell’Amleto che
avrebbero appena finito di scrivere!

– Cinque contro uno, in diminuzione… – disse la voce – quattro
contro uno, in diminuzione… tre contro uno… due… uno… fattore di probabilità di uno contro uno…

Siamo alla normalità, ripeto,
abbiamo raggiunto la normalità

– disse la voce e dopo breve pausa continuò:

– D’ora in poi
qualsiasi difficoltà incontriate è reale, quindi è un vostro problema.

Rilassatevi, prego.

p. s.

“Zaphod si girò verso Ford con espressione stravolta.
– Ford – disse – quante capsule di salvataggio ci sono?
– Nessuna – disse Ford.
– Le hai contate? – urlò Zaphod.
– Sì, due volte!”


DOUGLAS ADAMS
tratto da “Guida galattica per gli autostoppisti” e “Ristorante al termine dell’Universo”

Due…

due...

Quando saremo due saremo veglia e sonno

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo,

saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

due come sono i piedi, gli occhi, i reni,

come i tempi del battito

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno,

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso.


ERRI DE LUCA

Le gocce di pioggia…

le gocce di pioggia...

Vi scorrono in mezzo

le gocce –

la pioggia

è un medico dolce

la pioggia

dei suoi pensieri sull’oceano
per ognidove

che passano con
piedi veloci invisibili
sopra

le onde
indifese –

Amore non di questo mondo,
che non hai speranza
del mondo

e che non puoi
tramutare il mondo
a tuo diletto –

La pioggia
cade sulla terra,
ed erba e fiori

sbocciano in perfetta
forma dalla sua
liquida

chiarezza…


WILLIAM CARLOS WILLIAMS
tratto da “Pioggia”

Essere uomo ed essere poeta…

essere un uomo ed essere un poeta...

Essere uomo ed essere poeta… Come i cani
che abbaiano alla luna per natura,
per la pazienza di star lí ad ascoltare…
Essere uomo ed essere poeta… Una paura
di essere un’aria, un soffio… dover morire…
Essere uomo ed essere poeta… Per l’oscurità
del crescere tra gli uomini, disperdersi nel patire,
per ritornare quel fischio della memoria
che la pazienza ha risparmiato nel giorno.

° ° °

Vèss òm e vèss puèta… Cum’i can
che bàjen a la lüna per natüra,
per la passiensa de stà lí a scultà…
Vèss òm e vèss puèta… ’Na paüra
de vèss un’aria, un buff… duè murí…
Vèss òm e vèss puèta… Per la scüra
del crèss tra j òmm, despèrdess nel patí,
per returnà quèl fi’sc de la memoria
che la passiensa l’à sparagnâ nel dí.


FRANCO LOI

La metafisica…

2020-03-15-13-02-46

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro…

Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!.. 
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno… 
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No… 
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide 
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello… 
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, né in niente… 

Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito…

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto… 

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso…
E scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime. Magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa.. 

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare… 


FERNANDO PESSOA
tratto da “Tabaccheria”

immagine di @ask_the_dust

Un volto…

un volto...

Un volto –
uno soltanto
nel mondo.

Un volto –
un destino
che affiora.

Confuso
dal crepuscolo
sul fondo dello specchio,

stanco di cercare
un altro
volto,

nella notte del cuore
attendo
l’ultima alba.


TANIKAWA SHUNTARŌ

I sordi lamenti del tempo…

2020-02-09-13-11-58

Battere uniforme delle ore,

Storia penosa della notte!

Lingua per tutti ugualmente straniera,

E chiara a tutti, come la coscienza!

Chi di noi senza angoscia ha udito

Nell’universale silenzio,

I sordi lamenti del tempo,

La profetica voce d’addio?

Così pensiamo: l’orfano mondo

È raggiunto dall’ineluttabile fato,

E nella lotta, noi, dall’intera natura

A noi stessi siamo abbandonati…


FEDOR TJUTCEV
tratto da “Insonnia”

Linguaggi…

linguaggi...

Molti linguaggi
volano su questo mondo
si scontrano, generano scintille
a volte è odio
a volte è amore

il palazzo della ragione
precipita nel silenzio
pensieri leggeri come strisce di bambù
intrecciano cesti
colmi di ciechi funghi velenosi

animali in movimento dipinti sulla roccia
corrono calpestando fiori
un dente di leone cresce
nel segreto di un angolo
il vento ha portato via i suoi semi

molti linguaggi
volano nel mondo
ma la nascita di una lingua
non può accrescere né diminuire
il muto dolore dell’umanità


BEI DAO