A un passo da qui…

Metti la sciarpa cuore, fuori c’è vento
non so se farà pioggia, più facile cada
lo sai, le salite al ritorno saranno
le discese di stamani dopo bacio e caffè;
poi le mode, sai bene, cadono
alla fine è solo Dio a far quadrare tutto.
Questo paese omaggia la propria morte,
l’abbraccia coi ferini, i divorzi senza lite.
Questo per tutti è amore, tranne il giorno
in cui ci afferrammo non già sconosciuti.
Qualcosa muove l’aria tra le canne
della vecchia pianola, chissà dov’è la stanza
della poesia, quante sedie vuote avrà.
Fuori siamo tutti estranei, tutti uguali,
a un passo da qui ognuno si crede unico
allo stesso modo dentro gli stessi fumi.
Per questo mi aspetto di viverti a lungo.
Sistemati la sciarpa, un altro bacio.


ALMERIGHI

via A un passo da qui — almerighi

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Quel fiore verdognolo…

quel fiore verdognolo...

Che il temporale scoppi o svanisca!

Non è la fine del mondo.

L’amore è altro, o così lo pensavo,

un giardino che si espande,

quantunque ti sapesti donna e mai pensassi altrimenti,

fino a inglobare l’intero mare e tutti i suoi giardini

Amore dell’amore,

l’amore che ingoia tutto il resto, un amore riconoscente,

amore per la natura, per la gente, per gli animali,

un amore che genera cortesia e bontà…

L’amore a cui con me tu pure dovrai inchinarti –

un fiore, un fragilissimo fiore sarà la nostra sicurezza

e non perché noi siamo troppo deboli per fare altrimenti

ma perché al colmo della mia forza

ho rischiato ciò che dovevo fare,

mentre anche le ossa mi sudavano

per non poter gridare a te nell’atto.

Dell’asfodelo, di quel fiore verdognolo

simile a un ranuncolo sul suo stelo ramificato,

vengo, cara, a cantarti!

Il mio cuore si accende

pensando che ti reco notizie di qualcosa che ti interessa

e interessa molti uomini.

Considera ciò che passa per nuovo.

Non lo troverai là se non in poesie vilipese.

È difficile ricevere notizie da poesie,

eppure uomini muoiono miseramente ogni giorno

per mancanza di ciò che là si trova…


WILLIAM CARLOS WILLIAMS
tratto da “L’asfodelo, quel fiore verdognolo”

Disadattato.

nel disordine...

Non importa che il volume sia assordante

Che la strada non finisca o che non esista percorrenza

Che le parole possano fermarsi in uno spazio occupato

Non interessa se il tempo è grigio

O solo se tempo non è mai stato

Se sfiliamo sui precipizi – spesso sperando di restare solo in equilibrio e la maggior parte delle volte ci caschiamo

Non conta saper dove andare

Non essere mai partiti

Prevedere il futuro

Sentire odori nuovi

Sperare di odorare ancora le fragranze di una vita di effluvi

Scavalcare il dolore

Nascondere Ogni paura

Importa a qualcuno di qualcuno?

Importa a qualcuno di qualcosa?

E lasciamo che il progresso diventi regresso

Che il silenzio possa non insegnare

Tanto non ha un cazzo da dire altrimenti urlava

Lasciamo che restino chiuse le porte

Che le file si sfoltiscano

Tanto le origini delle code non dovrebbero aver senso se non in chi le fa

Che tutto perda colore

Tanto le tinte sono solo dettagli

Che vuoi che possano contare

Non esiste niente oltre – restiamo fermi allora

Non senti niente?

Possiamo anche non svegliarci

Eppure

Eppure ci credo spesso più di quando vorrei

Dovrei

Posso permettermi di fare

Credere è come finire dritto dove non volevi andare – ci vai lo stesso tanto non avresti alternative.

Ma posso anche fingere di non sapere

Dirlo anche quando non lo provo

Provarlo e non saperlo dire

Sognarlo e non avere facoltà di farlo

Poterlo fare e non saper sognare

Ho imparato a distinguere nel disordine che dimora in me

Ho capito che il disordine è l’umanità ed io posso solo

Riordinare ogni tanto

Sistemare tutto – sapendo –

Che l’apparenza è solo un modo per naccontare una subdola verità

Disadattato


FRANCESCO CACCIOLA

via Disadattato — La leggerezza dell’ anima


La terza neve.

la terza neve...

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile
Sospirammo –
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…

E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento,
e nel volo
oscillava.

A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo delicatamente con le mani,
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?

Ma la neve ci rassicurava:
“Verrà, io lo so,
verrà la neve vera.
Non vi turbate –
mi scioglierò,
non inquietatevi –
subito…”.

Dope sette giorni
venne la neve nuova
Non venne –
precipitò.
Cadeva così fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi,
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.

Con pervicace ostinazione
voleva inseguire il trionfo
perchè tutti dicessero concordi:
sì, è lei, la neve,
vera, che non dura un sol giorno,
o due.

Ma disperò
di sè, non resistette
e si diede per vinta.
E se non si scioglieva tra le mani
si scioglieva
sotto
i piedi…

E noi inquieti, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte: quando
quella vera verrà?
Perchè era tempo,
era tempo…

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora
d’improvviso aperta la porta
meravigliati, la calpestammo.

Posava, alta e pulita,
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente fastosa
era
fittissimamente di sè sicura.

Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Ed era davvero tanta
ed era davvero bella.

Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo della macchine e lo sbuffare dei cavalli,
e sotto i piedi non si scioglieva,
anzi diventava più compatta.

Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne era abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.


Evgenij Evtušenko

Cos’era…

cos'era...

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.


MARK STRAND

La cordicella rossa.

la cordicella rossa...

Quando arrivò il momento

in cui dovevamo salutarci,

come una nuvola che solennemente scenda,

ebbi solo il tempo di legarti il polso

con una cordicella rossa,

mentre le mie mani tremavano.

Ora, mentre sbocciano i fiori

siedo da solo nell’erba

e mi vibra dentro una domanda:

“Hai ancora la mia cordicella rossa?”


RABINDRANATH TAGORE
tratto da “Dono d’amore”

O beatrice…

o beatrice...

O beatrice senza manto
senza cielo né canto.

Beatrice tutta di terra
attraversata in guerra.

Beatrice costruttrice
della mia distruzione felice.

Beatrice ultimo gioco.
Beatrice salto nel fuoco.

Beatrice da sempre nata.
Beatrice stella designata.

Beatrice fiato e voce
dell’inchiodato in croce.

Beatrice delle paure.
Beatrice delle venture.

O beatrice senza santi
senza veli né oranti.

Beatrice tutta di furore
di febbre e tremore.

O beatrice di lacrime.
Beatrice furtiva bestiola.

O beatrice infinita.
Beatrice nella tagliola.

Beatrice pietosa
filia et mater mea gloriosa.

Beatrice che si spezza
per troppo di tenerezza.

O beatrice mia apprensiva.
O beatrice viva.


GIOVANNI GIUDICI

Simbolo d’assenza…

simbolo d'assenza...

Non è piuma, non è ala, non è tatto

la parola senza sguardi non ha impatto.

Solitaria e selvaggia lancia un suono

e veleggia, scoria nel vento. e non sa di buono.

Non sa di buono come un riso sincero

quel cristallino farfugliare che sa di vero.

La parola, qui, s’arrotonda e si veste

ma non è la mano dolce che ti sveste,

non è silenzio d’attesa in rorida presenza

è solo smunto e pallido fiore simbolo d’assenza.


FRANZ

via Simbolo d’assenza — FRANZ

Dall’interno della specie.

dall'interno della specie...

Eppure nel frammento di ogni memoria,

nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo

accarezziamo la vertigine con una mano

nello scandalo innaturale che ci trattiene,

eppure, dall’interno della specie,

ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,

con le prove concepite fuori da ogni possibile

orizzonte di stupore.


ANDREA DE ALBERTI

La notte…

la notte...

Fresco suono svanito o ombra, il giorno mi trova.
Sì, come morte, forse come sospiro,
come un solo cuore che ha confini,
come limite forse di un petto che respira;
come acqua che circonda dolcemente una forma
e converte quel corpo in stella dentro l’acqua.

Forse come il viaggio di un corpo che si sente attirato
alla foce finale dove son tutti ignoti,
dove il freddo sorriso è accennato dai denti,
più doloroso se le mani son tiepide.

Come essere vivo, perché vivere è questo,
giunge nell’aria, nel generoso impulso
che spinge ad adagiarsi sulla terra e ad attendere
che la vita diventi fresca rosa.

Come la morte, sì, che rinasce nel vento.

Vita, vita che pulsa, che con forma di brezza,
con forma di uragano uscito da un respiro,
muove foglie, la gioia, il colore dei petali,
fresco fiore senziente in cui si muta un essere.

Come nuovo silenzio, come verde o alloro;
come ombra di tigre che superba si mostra nella selva;
come lieto fluttuare dei raggi del sole sulla pelle dell’acqua;
come la viva bolla che un pesce d’oro iscrive nell’azzurro
del cielo.
Come il ramo impossibile sopra il quale non ferma il suo
volo la rondine…
Il giorno mi trova.


VINCENTE ALEXANDRE