Dall’interno della specie.

dall'interno della specie...

Eppure nel frammento di ogni memoria,

nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo

accarezziamo la vertigine con una mano

nello scandalo innaturale che ci trattiene,

eppure, dall’interno della specie,

ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,

con le prove concepite fuori da ogni possibile

orizzonte di stupore.


ANDREA DE ALBERTI

Annunci

Dimentico, sempre dimentico…

dimentico, sempre dimentico...

Sono irrequieto. Sono assetato di cose lontane. 
La mia anima desidera toccare il limite
dell’Oscuro lontano.
Oh, Grande Aldilà, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non ho ali per volare, che sono legato a questo luogo per sempre.

Sono insonne nella mia angoscia;
uno straniero in una terra straniera. 
Il tuo alito mi mormora una impossibile speranza. 
Il mio cuore comprende il tuo linguaggio 
come fosse il mio.
Oh, Lontanissimo, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non conosco la strada, 
che non ho il cavallo alato. 

Niente mi interessa: sono un vagabondo del mio cuore. 
Nella nebbia assolata delle languide ore, 
quella visione grandiosa di te 
prende forma nell’azzurro dei cielo! 
Oh, Meta Lontanissima, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che tutti i cancelli sono chiusi,
nella casa dove vivo solo!


R. TAGORE
tratto da “Il giardiniere”

Nelle pozze dei pensieri…

nelle pozze dei pensieri...

A volte indugio ascoltando

La macchina vitale che

Mi pulsa nel corpo:

Sento il battito cardiaco

Ritmare lievi colpi sordi,

Seguo il flusso sanguigno

Percependone il tepore,

Avverto il palpito delle

Viscere e il vellicare

Della peluria rada

 I guizzi muscolari

E la rigidità delle ossa.

Ogni volta l’auscultazione

Finisce con lo smarrimento

Nelle pozze dei pensieri,

Umori che come acque ferme

Mi ristagnano nel cervello.


JIM MORRISON
(James Douglas Morrison)
“Autoascolto”

Nella sua sconosciuta profondità…

nella sua sconosciuta profondità...

“Nessuna cosa al mondo ha tanto occupato i miei pensieri come questo mio Io, questo enigma che io vivo, d’essere uno, d’essere Io! E su nessuna cosa al mondo so tanto poco quanto su di me!”

Colpito da questo pensiero egli si fermò improvvisamente. “Che io non sappia nulla di me, che questo dipende da una causa, una sola: io avevo paura di me, prendevo la fuga davanti a me stesso! Volevo smembrare il mio Io, per trovare nella sua sconosciuta profondità la vita, il divino, l’assoluto. Ma proprio io, intanto, andavo perduto a me stesso”.

Schiuse gli occhi e si guardò intorno, un sorriso gli illuminò il volto, e un profondo sentimento, come di risveglio da lunghi sogni, lo percorse fino alla punta dei piedi. E appena si rimise in cammino, correva in fretta, come un uomo che sa quel che ha da fare. “Oh! Ora basta! Basta uccidermi e smembrarmi, per scoprire un segreto dietro le rovine!”

Si guardò attorno come se vedesse per la prima volta il mondo. Bello era il mondo, variopinto, raro e misterioso era il mondo! Qui era azzurro, là giallo, più oltre verde, il cielo pareva fluire lentamente come i fiumi, immobili stavano il bosco e la montagna, e in mezzo v’era lui. Tutto ciò, tutto questo giallo e azzurro, fiume e bosco penetrava per la prima volta attraverso la sua vista.

“Come sono stato sordo e ottuso! Quando uno legge uno scritto di cui vuol conoscere il senso, non ne disprezza i segni e le lettere, né li chiama illusione, bensì li decifra, li studia e li ama, lettera per lettera. Io invece, io che volevo leggere il libro del mondo e il libro del mio proprio Io, ho disprezzato i segni e le lettere, ho chiamato illusione il mondo delle apparenze, ho chiamato il mio occhio e la mia lingua fenomeni accidentali e senza valore. No, tutto questo è finito, ora son desto, mi sono risvegliato nella realtà e oggi nasco per la prima volta”.

Mente rivolgeva tali pensieri, si fermò. Restò immobile, e per un attimo, la durata d’un respiro, un gelo gli strinse il cuore, ed egli lo senti gelare nel petto come una povera bestiola, un uccello o un leprotto, quando si accorse quanto fosse solo. Ora lo sentiva. Trasse un profondo sospiro, e rabbrividì. Nessuno vi era così solo come lui. “Ma io a quale comunità appartenevo? Di chi condividevo la vita? Di chi avrebbe parlato il linguaggio?”

Da questo momento in cui il mondo circostante parve disciogliersi intorno, da questo momento di gelo e di sgomento egli emerse. È stato l’ultimo brivido del risveglio, l’ultimo spasimo della nascita. E tosto riprese il suo cammino, mosse il passo rapido e impaziente, non piu verso la casa, non più indietro…


HERMANN  HESSE
tratto da “Siddharta”

Il vuoto umano…

il vuoto umano...

La verità intoccabile di un uomo

vince gli aghi di luce scorporata

nelle soavi tetanìe d’amore

E ogni riscatto che di lei si è udito

su tanta piaga è uno straccio pudico

di lingue mozze un muto nutrito

Chiaro e scuro di pena era quel pane

mangiato soli guardando la sera

mentre in catene la buia sfera

batte a vetri e persiane

Due vite deboli in un vuoto bidone

Ad altra vola l’insetto mano

toccare vuole in vite che trova

il vuoto umano

Vedi che viene: è fatto di sciagura

lascia una traccia di pura paura

temi i suoi piedi e la sua faccia oscura

Catabasi senza fine

lettura d’uomo, ritrai la mano

dall’abito rovente in cui respira;

Il sale bianco del suo sparire

dolce è da dire


GUIDO CERONETTI

In me c’è qualcosa…

in me c'è qualcosa di rotto...

In me c’è qualcosa di rotto.
Sono come l’orologio che si ferma
poco dopo averlo caricato,
come il piatto incrinato che non torna
nuovo se anche
lo incolli con cura.

In me c’è qualcosa di schiacciato.
Sono come il tubetto di dentifricio
quando nulla ne esce
se anche lo premi,
come la pallina da ping-pong ammaccata
che non può tenere più in gioco
nemmeno un buon giocatore.

Ci sono oggetti distrutti e schiacciati
dal principio, senza motivo, in me:
l’ombrello che non sta aperto, il violino
fuori uso e i sandali coi cinturini rotti,
il rubinetto intasato, il flauto
sfiatato, la lampada consumata.

Eppure non mi perdo d’animo,
l’ira non mi trascina, né mi tormento
come una volta, anzi mi auguro
di potermi riempire
di quelle cose inutili,
restando distrutto e schiacciato,
in questo trovando il mio orgoglio.


K. TAKANO

Ombre.

ombre
 
Che  corpi  lievi, sottili, 
vi  sono,  incolori, 
vaghi  come  le  ombre,
che  non  si  possono  baciare
se  non  possando  le  labbra 
nell’aria,  contro  qualcosa  
che  passa  e  si  rivela ! 
E  che  ombre  brune  vi  sono,
così  dure
che  il  loro  scuro  marmo  freddo 
non  potrà  mai  abbandonarsi 
appassionato  fra  le  nostre  braccia! 
E  che  viavai,  su  e  giù, 
con  l’amore  che  ondeggia,
dai  corpi  alle  ombre, 
dall’impossibile  alle  labbra,
senza  sosta,  senza  sapere  mai 
se  è  anima  di  carne  od  ombra
di  corpo  ciò  che  baciamo,
se  pure  è  qualcosa !  Tremanti
di  dare  amore  al  nulla !

  


PEDRO SALINAS

Egli imparò a volare…

gabbiano

Egli imparò a volare,
 e non si rammaricava per il prezzo
che aveva dovuto pagare.
Scopri che erano la noia e la paura e la rabbia
a randere così breve la vita di
un gabbiano…
“Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda,
 dall’una all’altra punta delle ali, non è altro che
il vostro pensiero,
una forma del vostro pensiero,
 visibile, concreta.
Spezzate le catene che imprigionano il pensiero,
 e anche il vostro corpo sara libero…”


RICHARD BACH
tratto da “Gabbiano Jonathan Livingston”

Spazio datemi spazio…

spazio, datemi spazio
   
 Spazio spazio, io voglio,
tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere
 errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quel’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.


ALDA MERINI
tratto da “Vuoto d’amore”

Liberami di me…

liberami di me
 
Riempiti di me.
Desiderami, prosciugami, versami, immolami. 
Chiedimi. Raccoglimi, contienimi, nascondimi.
Voglio esser di qualcuno, voglio eser tuo, é la tua ora.
Sono colui che é passato con un salto sulle cose, 
il fuggitivo, il sofferente.
Ma sento che é la tua ora, 
l’ora in cui la mia vita cada a gocce sulla tua anima,
l’ora delle tenerezze che non ho mai dispensato,
l’ora dei silenzi che non hanno parole,
la tua ora, alba di sangue che mi nutrì di angosce,
la tua ora, mezzanotte che mi passo solitario. 
Liberami di me. Voglio uscire dalla mia anima.
Io sono questo essere che geme, che brucia , che soffre.
Io sono questo essere che attacca, che urla, che canta.
No, non voglio essere così. 
Aiutami a rompere queste porte immense. 
Con le tue spalle di seta dissotterra queste àncore.
Così una sera crocifissero il mio dolore.
Voglio non aver limiti e levarmi verso quell’astro.
Il mio cuore non deve tacere oggi o domani. 
Deve partecipare di ciò che tocca,
deve essere di metalli, di radici, di ali. 
Non posso essere la pietra che si alza e che non torna,
non posso essere l’ombra che si disfa e passa.
No, non può essere, non può essere, non può essere.
Allora griderei, piangerei, gemerei.
Non può essere, non può essere.
Chi voleva rompere questa vibrazione delle mie ali? 
Chi mi voleva sterminare? Che disegno, che parola?
Non può essere, non può essere, non puo essere. 
Liberami di me. Voglio uscire dalla mia anima. 
Perché tu sei la mia rotta. Ti forgiai nella lotta viva.
Dalla mia lotta oscura contro me stesso, nascesti.
Da me hai preso questo marchio di avidità non saziata.
Da quando li gurdo i tuoi occhi sono più tristi.
Andiamoci insieme. Apriamo questa strada insieme.
Sarò la tua rotta. Passa. Lasciami andare. 
Desiderami, prosciugami, versami, immolami. 
Fá vacillare gli assedi dei miei ultimi limiti. 
E che io possa, al fine, correre in folle fuga, 
inondando le terre come un fiume terribile,
sciogliendo questi nodi, ah Dio mio, questi nodi,
distruggendo,
bruciando,
abbattendo
come una lava folle ciò che esiste,
correre fuori di me, perdutamente,
libero da me, furiosamente libero.
Andarmene,
Dio mio,
andarmene !

 


PABLO NERUDA