Il sale onesto degli abbracci…

il sale onesto degli abbracci

Il sale onesto degli abbracci
il taglio nella fronte

non andar via
lo sfiorarsi labiale

e non sei più cavachiodi di pagine
coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

non il cervello arso
non il fumo dolciastro

ma la torba della terra
nella quale – allungandoti – ti stenderai

che bocca ricordi bocca

e labbro il labbro

morso


ALEKSADR  SKIDAN

Il tuo viso…

il tuo viso...

Il tuo viso…

nell’ombra…
diventa un sole
che si immerge in me…
il tuo viso…
porta primavere…
cesti di frutta buona
da mangiare..
e… sorrisi di bambini

il tuo viso…
è un cavallo bianco sulla spiaggia…
un cielo azzurro…
il tuo viso…
è dove finiscono le mie dita…
dove nasce una carezza…
un bacio lieve
come fiocco di neve

il tuo viso…
è bello da guardare
espressioni che non so dire
il tuo viso…
è sorriso contagioso…
sulla bocca disegnata
da un Dio… che sapeva
quanto t’avrei amato


ARTHUR RIMBAUD

La cordicella rossa.

la cordicella rossa...

Quando arrivò il momento

in cui dovevamo salutarci,

come una nuvola che solennemente scenda,

ebbi solo il tempo di legarti il polso

con una cordicella rossa,

mentre le mie mani tremavano.

Ora, mentre sbocciano i fiori

siedo da solo nell’erba

e mi vibra dentro una domanda:

“Hai ancora la mia cordicella rossa?”


RABINDRANATH TAGORE
tratto da “Dono d’amore”

O beatrice…

o beatrice...

O beatrice senza manto
senza cielo né canto.

Beatrice tutta di terra
attraversata in guerra.

Beatrice costruttrice
della mia distruzione felice.

Beatrice ultimo gioco.
Beatrice salto nel fuoco.

Beatrice da sempre nata.
Beatrice stella designata.

Beatrice fiato e voce
dell’inchiodato in croce.

Beatrice delle paure.
Beatrice delle venture.

O beatrice senza santi
senza veli né oranti.

Beatrice tutta di furore
di febbre e tremore.

O beatrice di lacrime.
Beatrice furtiva bestiola.

O beatrice infinita.
Beatrice nella tagliola.

Beatrice pietosa
filia et mater mea gloriosa.

Beatrice che si spezza
per troppo di tenerezza.

O beatrice mia apprensiva.
O beatrice viva.


GIOVANNI GIUDICI

Ogni istante di questo eterno giorno…

ogni istante di questo eterno giorno...

Ti penso

quando lenta la neve fiocca

nel silenzio,

quando il sole di fuoco

spacca le montagne austere.

Ti penso

quando nel profondo

del mio cuore

 la nostalgia di te

lacera l’anima,

 quando la luna inonda

di cerulea luce

una striscia di mare

addormentato,

quando le notti

diventano fiumi

interminabili.

Ti penso

quando in sogno

le tue morbide labbra

sussurrano:

 “t’amo”!

 quando i petali dei fiori

offrono il corpo

alla rugiada del mattino.

Ti penso

ogni istante di questo

eterno giorno,

come il soldato la mamma

lontana,

come il bimbo il suo

Angelo Custode,

 come il condannato a morte

la vita che gli sfugge!

 Ti penso!


ANITA ABBRAMO
“Ti penso”

La tentazione di morire…


la tentazione di morire...


Non avvicinarti.

La tua fronte, la tua infuocata fronte, la tua accesa fronte,

le impronte di certi baci,

questo bagliore che anche di giorno si vede se t’avvicini,

questo bagliore contagioso che mi rimane in mano,

questo fiume luminoso dove immergo le braccia,

dove non oso quasi bere, per timore poi d’una vita dura ormai d’astro brillante.

Non voglio che tu viva in me come vive la luce,

con questo isolamento di stella che si unisce alla sua luce,

cui l’amore è negato attraverso lo spazio

duro e azzurro che separa e non unisce,

dove ogni astro inaccessibile

è una solitudine che, gemebonda, trasmette la sua tristezza.

La solitudine scintilla nel mondo senza amore.

La vita è una vivida corteccia,

una rugosa pelle immobile

dove l’uomo non può trovare il suo riposo,

per quanto scagli i suoi sogni contro un astro spento.

Ma tu non avvicinarti.

La tua fronte sfavillante, carbone acceso che mi strappa alla stessa coscienza,

duello sfolgorante in cui di colpo provo la tentazione di morire,

di bruciarmi le labbra con il tuo contatto indelebile,

di sentirmi la carne disfarsi contro il tuo diamante rovente.

Non avvicinarti,

perché il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle,

come lo spazio che all’improvviso s’incendia,

etere propagante dove la distruzione dei mondi

è un unico cuore che totalmente s’infiamma.

Vieni, vieni, vieni

come il carbone consunto e oscuro che racchiude una morte;

vieni come la notte cieca che mi avvicina il suo volto;

vieni come le due labbra segnate dal rosso,

per quella lunga linea che fonde i metalli.

Vieni, vieni, amore mio;

vieni, ermetica fronte, rotondità quasi movente

che brilli come un’orbita che nelle mie braccia si estingue;

vieni come due occhi o due profonde solitudini,

come due imperiosi richiami da una profondità che non conosco.

Vieni, vieni, morte, amore:

vieni subito, ti distruggerò;

vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto;

vieni, che tu rotoli come pietra lieve,

confusa come una luna che chiede i miei raggi!


VICENTE ALEIXANDRE
“Vieni sempre, vieni”

Una vocazione oscura.

una vocazione oscura...

L’amore è una vocazione oscura. Non so da dove venga,

ma so che ha la forma di un corpo che si abbraccia,

il calore delle parole quasi sussurrate, la precisione

delle mani che trovano la strada per il centro,

e indugiano sopra ogni curva. Posso descrivere l’amore

attraverso tutte le sue forme; indicare il cammino

per incontrarlo, passando per le cesure della vita;

vederlo nel fondo degli occhi che si aprono nell’intervallo

di un abbraccio; seguire il suo movimento nello sciogliere

i capelli; e dimenticare tutto quello che sai sull’amore

per scoprirlo, di nuovo, quando mi viene

incontro al sole del mattino, e il mondo si spegne

intorno a te così che accenda il tuo sorriso

e mi costringa a chiederti perché l’amore

è una vocazione oscura.


NUNO JÚDICE

A tutte le donne !

Fragile, opulenta donna,

matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

è innalzi il tuo canto d’amore.


Alda Merini

Senza una data da ricordare…

dimenticanza

Senza una data da ricordare
né un luogo ben preciso da indicare
ecco che arriva la dimenticanza.
  
Silenziosa
come un morto che galleggia sul fiume,
lontana, ineluttabile
come può essere solo il destino:
  
come un’ampia zona buia, 
o una scultura perfetta,
come una faccia senza lineamenti, 
senza sguardo. E’ così che arriva.
 
Si crea una sera, all’improvviso, 
lasciandoci stupefatti,
senza un’esclamazione, senza un grido.
Ci rendiamo conto semplicemente che è nata.
 
E ora mi chiedo:
in quale istante, fra i molti istanti,
in quale giorno, fra i molti giorni
tu mi hai dimenticato?
 


EDUARDO MITRE

Qualcuno ha bisogno di me…

come aria
 
E finalmente ho trovato
chi mi è necessario:
qualcuno ha bisogno di me
– come arria.
Quanto più nero e mortale –
più necessario è il bisogno
dell’altro – di te. Di chi
non può fare a meno
di me – suo pane e respiro.
Occorro – a qualcuno:
accorro, rispondo
al primo richiamo.
Più alto, più certo e sicuro
delle montagne: a qualcuno
serve una mano: la mia!
sulle piaghe!
E tutto il braccio – nel fuoco!
Più della luce degli occhi
mi serve umano bisogno
di me – come fiato.


MARINA  CVETAEVA