Giorni strani…

Giorni strani questi che ci hanno scovato
Giorni strani questi che ci hanno pedinato
Finiranno per distruggere
Le nostre gioie occasionali
Dobbiamo continuare a giocare
O cercarci un’altra città.

Occhi strani che affollano strane stanze
Voci che segnaleranno la loro stanca fine,
La padrona sta ghignando,
Ha gli ospiti addormentati dal peccato

Mi ascolti che parlo di peccato
E capisci che ci siamo.

Strani giorni questi che ci hanno scovato
E per le loro ore strane
Noi indugiamo in solitudine
Corpi confusi
Ricordi abusati
Mentre corriamo via dal giorno
Verso una strana notte impietrita.


JIM MORRISON
THE DOORS
“STRANGE DAYS”

I mulini a vento…

Li vide e disse:

“La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono
manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente.”

“Dove, sono i giganti?” disse Sancio Pancia.

 “Quelli che vedi laggiù”, rispose il padrone. “Con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.”

“Guardi bene la signoria vostra”, soggiunse Sancio. “Che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino”.

“Ben si conosce”, disse don Chisciotte, “che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e
mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.”

Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce:

“Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia!”…


MIGUEL DE CERVANTES SAAVEDRA
tratto da
“Don Chisciotte della Mancia”

Silenzio!

Taci, nasconditi ed occulta
i propri sogni e sentimenti;
che nel profondo dell’anima tua
sorgano e volgano a tramonto
silenti, come nella notte
gli astri: contemplali tu e taci.

Può palesarsi il cuore mai?
Un altro potrà mai capirti?
Intenderà di che tu vivi?
Pensiero espresso è già menzogna.
Torba diviene la sommossa
Fonte: tu ad essa bevi e taci.

Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’incanti, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto e taci!


FEDOR TJUTCEV
“Silentium!”

Il peso di un millimetro…

il peso di un millimetro...

Si creò in me “il millimetro”, così lo definii, un distacco.

Partì tutto da quel millimetro di spazio, e la domanda che mi posi da allora era sempre la stessa: 

“Quanto pesa un millimetro di qualsiasi cosa possa esistere?”

 Un millimetro, un minuscolo piccolo spazio nella vastità dell’universo, che peso ha?

Proprio così! Quant’è il peso di un millimetro nell’oceano enorme che occupa il sentimento nella nostra esistenza? La percorrenza di un millimetro in qualsiasi contesto è proponibile in millesimi di secondo, ma lo stesso millimetro – adattato al tempo in cui è sottoposto un concetto quando si tratta d’amore – può essere eterno, persistente nel tempo senza una durata definita…

Perché l’amore non ha tempo: l’amore, quello vero, regna sovrano e indelebile, perché arricchisce ogni parte di te e nel tempo si accresce… è il tempo stesso a nutrirlo. Non esiste un pulsante di start da azionare o disattivare a piacere.

L’amore non ha interruttori né tanto meno scadenze: è costantemente presente nella nostra vita, proprio come il tempo.

L’amore è quell’imprescindibile istante in cui le nostre anime si uniscono per l’eternità.

Come fa l’amore a sparire dalla sua stessa esistenza? Tutto risulterebbe innaturale – come fa il tuo cuore a non battere più per chi hai amato solo perché la stessa persona non è più presente nei tuoi giorni, dimenticando che se è stato amore – lei è te – in ogni parte di te…

Così il millimetro divenne di fatto la consistenza del mio dolore. Non era solo un minuscolo spazio, ma la vastità di un concetto che attingeva direttamente alle radici dell’anima.

I ricordi, essi si alimentano dalla fonte dell’anima…

Lei diventava pensiero fisso e inamovibile, perché trapiantato in un silenzioso, inarrendevole senso di presenza costante, fino a essere odio, fino a trasformarsi in delirio emotivo. Era lì…

“Il ricordo è solo uno spazio in cui hai deciso di andare a far morire il tuo pensiero. Puoi fingere di non pensarlo, puoi tentare di sentirti più forte, ma quel pensiero rappresenta ciò che provi e dunque riemergerà. E quando il silenzio sarà tale da non riuscire a non sentirlo! Quando quella sensazione di sonnolenza si trasformerà in umore deviante… allora cosa farai, mio eroe? Fingerai di non esserne capace oppure affronterai le circostanze della vita creando lo scenario adatto?” ripetevo a me stesso…

Nel nome di quel grande amore trovai la forza e la lucidità di rimettere in corsa una macchina che si era fermata al bordo di una strada affollata. Nella solitudine, nonostante la folla, la tua vita si spegne e la confusione diventa il tuo decadimento mentre vorresti silenzio subisci il mormorio.

Quel millimetro è solo il crepuscolo in cui hai deciso di abbandonarti – l’angolo reciso in cui hai deciso e definito la tua attenzione per spegnere le luci di scena come a voler dire, niente sogni nessun dolore.

Così smisi di sognare, così imparai a non fossilizzarmi al concetto e vivere serenamente quel grande vuoto. L’amore nel suo complesso esito doveva trasformarsi in energia in libertà emotiva e voglia di andare avanti, indipendentemente da tutto…

~~~
“Vorrei essere leggero, lontano,
come aria che si perde nascondendosi al cielo
E lì divenire essenza, aria nell’aria
Vorrei essere così! Leggero lontano
E non essere niente di più del niente
Leggero lontano, leggero lontano.”
~~~

Quanto pesa un millimetro di qualsiasi cosa possa esistere?

 Un millimetro, un minuscolo piccolo spazio nella vastità dell’universo, che peso ha?..


FRANCESCO CACCIOLA
tratto da “La leggerezza dell’anima”

L’odio…

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.


WISLAWA SZYMBORSKA

La lotta insensata.

la lotta insensata...

Fino a quando opprimermi vuoi tu,

Cielo impeciato – farmi paura?

Tu che dispendi piaghe e virtù,

O divina spia oscura!

Dove il tuo invito mi ripeti –

Col canto del gallo a mezzanotte?

La stanza invadi dai vetri

Come Isoppo della notte?

Mi svegli, minacci spietato –

Che vuoi tu dalla mia vita frale?

O buio Senso del Creato,

Dimmi ciò che per te vale.

Dal cielo catramato arriva

La tua voce acuta, roteando.

Perché, forza vendicativa,

M’insegui i sogni turbando?

Sai bene, non da oggi è in ballo

Questa lotta tra noi insensata…

Basta! Ora basta! Taccia il gallo,

Malvagia creatura alata.


JERZY LIEBERT

Il peggiore!

il peggiore...

Mi hanno detto di non abbassarmi al loro livello, di essere migliore di loro, ma il fisico ne risente, la rabbia si ingrossa, vorresti infiammare il mondo. Vi dico che io voglio essere peggiore di voi, della vostra grottesca falsità, la miseria vi ucciderà e io sarò il vostro boia.


F.A.

~ DISADATTATO ~

nel disordine...

Non importa che il volume sia assordante

Che la strada non finisca o che non esista percorrenza

Che le parole possano fermarsi in uno spazio occupato

Non interessa se il tempo è grigio

O solo se tempo non è mai stato

Se sfiliamo sui precipizi – spesso sperando di restare solo in equilibrio e la maggior parte delle volte ci caschiamo

Non conta saper dove andare

Non essere mai partiti

Prevedere il futuro

Sentire odori nuovi

Sperare di odorare ancora le fragranze di una vita di effluvi

Scavalcare il dolore

Nascondere Ogni paura

Importa a qualcuno di qualcuno?

Importa a qualcuno di qualcosa?

E lasciamo che il progresso diventi regresso

Che il silenzio possa non insegnare

Tanto non ha un cazzo da dire altrimenti urlava

Lasciamo che restino chiuse le porte

Che le file si sfoltiscano

Tanto le origini delle code non dovrebbero aver senso se non in chi le fa

Che tutto perda colore

Tanto le tinte sono solo dettagli

Che vuoi che possano contare

Non esiste niente oltre – restiamo fermi allora

Non senti niente?

Possiamo anche non svegliarci

Eppure

Eppure ci credo spesso più di quando vorrei

Dovrei

Posso permettermi di fare

Credere è come finire dritto dove non volevi andare – ci vai lo stesso tanto non avresti alternative.

Ma posso anche fingere di non sapere

Dirlo anche quando non lo provo

Provarlo e non saperlo dire

Sognarlo e non avere facoltà di farlo

Poterlo fare e non saper sognare

Ho imparato a distinguere nel disordine che dimora in me

Ho capito che il disordine è l’umanità ed io posso solo

Riordinare ogni tanto

Sistemare tutto – sapendo –

Che l’apparenza è solo un modo per naccontare una subdola verità

Disadattato


FRANCESCO CACCIOLA

via Disadattato — La leggerezza dell’ anima


Pensa a …

Pensa a...
 
Pensa a una delicata morbidezza.
Pensa a una nuvola, non per quello che è, vapore e aria, ma per come l’immaginazione la domina, la nomina, la trattiene in bilico sull’orlo della mente.
Pensa a un passerotto, non ancora  capace di buttarsi nel volo ma che confida nella spinta e nello slancio  di chi l’ha generato.
Oserva le sfumature di pastello, l’opale del sole a tramonto, e come gli alberi si oscurano in ogni trama e ombra di verde.
Pensa al primo timido amore che  non osa dire quello che pensa di vedere ma aspetta in un librarsi  felice, non ancora nel fondo del desiderio.
Pensa alla gioia concreta di un bimbo sulla spiaggia non ancora diviso dal luogo da dove guarda o come si incolla alle conchiglie o le scaglia di nuovo in una pozza della roccia.
Pensa ai quadri e alle loro decise trasformazioni, ritratti che calmano il volto congestionato di un uomo o  una donna che si contempla in uno specchio.
E infine pensa ai primi invitanti accordi di una musica, il primo fiero attacco dei violini, poi il suono dei corni, e poi sii grato per come la mente può danzare in mezzo e attorno e sotto le parole e rallegrati.
E sappi che questo non è un caso.


ELISABETH JENNINGS

Amami…

amami...
Amami, e nel ricordo prendi la fionda antica
e battimi i capelli. Mi vedrai crescere
nera come la foresta dell’Amazzonia,
ma se scosti i miei rami vedrai nella mia lingua
uccelli variopinti e paradisi terresti.
Allora non pregare il Signore,
perché la dovizia del mio canto
io l’ho rubata a lui in un giorno di distrazione.


ALDA MERINI