Ogni istante di questo eterno giorno…

ogni istante di questo eterno giorno...

Ti penso

quando lenta la neve fiocca

nel silenzio,

quando il sole di fuoco

spacca le montagne austere.

Ti penso

quando nel profondo

del mio cuore

 la nostalgia di te

lacera l’anima,

 quando la luna inonda

di cerulea luce

una striscia di mare

addormentato,

quando le notti

diventano fiumi

interminabili.

Ti penso

quando in sogno

le tue morbide labbra

sussurrano:

 “t’amo”!

 quando i petali dei fiori

offrono il corpo

alla rugiada del mattino.

Ti penso

ogni istante di questo

eterno giorno,

come il soldato la mamma

lontana,

come il bimbo il suo

Angelo Custode,

 come il condannato a morte

la vita che gli sfugge!

 Ti penso!


ANITA ABBRAMO
“Ti penso”

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La tentazione di morire…


la tentazione di morire...


Non avvicinarti.

La tua fronte, la tua infuocata fronte, la tua accesa fronte,

le impronte di certi baci,

questo bagliore che anche di giorno si vede se t’avvicini,

questo bagliore contagioso che mi rimane in mano,

questo fiume luminoso dove immergo le braccia,

dove non oso quasi bere, per timore poi d’una vita dura ormai d’astro brillante.

Non voglio che tu viva in me come vive la luce,

con questo isolamento di stella che si unisce alla sua luce,

cui l’amore è negato attraverso lo spazio

duro e azzurro che separa e non unisce,

dove ogni astro inaccessibile

è una solitudine che, gemebonda, trasmette la sua tristezza.

La solitudine scintilla nel mondo senza amore.

La vita è una vivida corteccia,

una rugosa pelle immobile

dove l’uomo non può trovare il suo riposo,

per quanto scagli i suoi sogni contro un astro spento.

Ma tu non avvicinarti.

La tua fronte sfavillante, carbone acceso che mi strappa alla stessa coscienza,

duello sfolgorante in cui di colpo provo la tentazione di morire,

di bruciarmi le labbra con il tuo contatto indelebile,

di sentirmi la carne disfarsi contro il tuo diamante rovente.

Non avvicinarti,

perché il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle,

come lo spazio che all’improvviso s’incendia,

etere propagante dove la distruzione dei mondi

è un unico cuore che totalmente s’infiamma.

Vieni, vieni, vieni

come il carbone consunto e oscuro che racchiude una morte;

vieni come la notte cieca che mi avvicina il suo volto;

vieni come le due labbra segnate dal rosso,

per quella lunga linea che fonde i metalli.

Vieni, vieni, amore mio;

vieni, ermetica fronte, rotondità quasi movente

che brilli come un’orbita che nelle mie braccia si estingue;

vieni come due occhi o due profonde solitudini,

come due imperiosi richiami da una profondità che non conosco.

Vieni, vieni, morte, amore:

vieni subito, ti distruggerò;

vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto;

vieni, che tu rotoli come pietra lieve,

confusa come una luna che chiede i miei raggi!


VICENTE ALEIXANDRE
“Vieni sempre, vieni”

E questo non è niente…

e questo non è niente...

Sì, tutto con eccesso:

la luce, la vita, il mare!

Plurale tutto, plurale,

luci, vite e mari.

Che salgono, che ascendono

da dozzine a centinaia,

da centinaia a migliaia,

in un’esultante

ripetizione infinita

del tuo amore.

Tutto corra a moltiplicare,

carezza per carezza,

abbraccio per vulcano.

Bisogna stancare i numeri.

Che contino senza posa,

si umbriachino contando,

è che non sappiano più

l’ultimo quale sarà:

che vita senza termine!

Una gran torma di zeri

investa, nel passare,

le nostre agili felicità,

e le conduca alla vetta.

Si spezzino le cifre,

senza riuscire al calcolo

né del tempo né baci.

E ormai al di là

di computi, di fati,

abbandonarci alla cieca

al grande abisso del caso

che irresistibilmente

sta

cantandoci con grida

fulgide di futuro:

“E questo non è niente.

Cercate, c’è dell’altro”.


PEDRO SALINAS
tratto da
“La voce a te dovuta”

Una rima che manca.

una rima mancante...

Non ho camminato nei tuoi sogni,

nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,

non sono apparso nel cortile

dove pioveva o meglio cominciava
a piovere

(questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),

era allettante credere, come uno stupido,

che ti avrei incontrato presto,

eri tu che mi apparivi in sogno

(e mi prendeva una dolce tenerezza),

mi sistemavi i capelli sulle tempie.

Quell’autunno perfino le poesie

in parte mi riuscivano bene

(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).


BORIS RYZYI

Questo è il momento…

questo è il momento...

Questo è il momento” mi sono detto

in un attimo niente più freddo

più nessuno intorno, la natura

una verde camera da letto, forte

delle stesse cose che io voglio

tento l’abbraccio a fondo ma ne sono

respinto, senza uno sguardo senza

una parola si ricompone se ne va nel buio

– era il mio momento non il suo.


NELO RISI

Ha fatto qualche errore ma…

ha fatto qualche errore, ma...

Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto
quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani
quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma
quando Dio creò l’odio ci ha dato una normale cosa utile
quando Dio creò Me creò Me
quando Dio creò la scimmia stava dormendo
quando creò la giraffa era ubriaco
quando creò i narcotici era su di giri
e quando creò il suicidio era a terra

Quando creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo

Ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo.


CHARLES BUKOWSKI

Allegria pazza allegria!

allegria pazza allegria...

Allegria del ritmo

allegria del passaggio a guato

allegria della morte

allegria del crimine

allegria della bestialità

allegria amore mio

Io prendo il fuoco

tu prendi il fuoco

si stacca la fiamma dalle nostre radici

la storia si dilegua

la nostra faccia li farà impazzire

Allegria pazza allegria da rivoltare il mondo

allegria senza pesantezza

allegria senza terrorismo

allegria di gambe dischiuse al fulmine

allegria striata da lampi di collera

allegria senza confini

allegria sguainata

Scandalosa allegria dell’amore

ti piegherò le ossa fin nel ventre della terra

risuoneranno le nostre risa dentro ai cimiteri


ALAIN JOUFFROY

… in me cadeva il giorno.

in me

O datemi qualcuno che mi ascolti,

ché di parole straripo… qualcuno

che mi prenda per mano e dei sepolti

dei fatti polvere e niente al raduno
mi porti…

di occhi ho paura… di volti…

Non mi restava ormai niente e nessuno,

e come sanguinando intorno intorno

pesantemente in me cadeva il giorno.

 


  Patrizia Valduga

Mi piace…

mi piace

Mi piace che tu sei innamorato non di me,

Mi piace che io sono innamorata non di te,

E che mai la pesante sfera terrestre

Mancherà sotto i nostri piedi.

Mi piace che si possa essere buffe, lasciati andare,

E non giocare con parole,

E non arrossire di un’onda soffocante

Appena sfiorandosi con le maniche.

Mi piace, anche, che tu davanti a me

Tranquillamente abbracci un’altra

E non mi auguri di bruciare nell’inferno

Perché io bacio non te. 

E che il mio nome tenero e dolce

Non ricordi né di giorno né di notte, invano…

Mi piace che mai nel silenzio di una chiesa

Canteranno sopra di noi: Alleluia!

Ti ringrazio con il cuore e con la mano

Per il fatto che tu, senza saperlo, mi ami così:

Per la mia tranquillità notturna,

Per la rarità degli incontri alle ore del tramonto,

Per le nostre non-passeggiate sotto la luna,

Per il sole non sopra le nostre teste,

Per il fatto che tu sei innamorato, purtroppo, non di me,

Per il fatto che io sono innamorata, purtroppo, non di te.

  


Marina  Cvetaeva

 

L’ultima lettera.

ultima lettera
 
” QUANDO LA PAROLA SI FARA’ CORPO
E IL CORPO APRIRA’ LA BOCCA
E PRONUNCERA’ LA PAROLA CHE L’HA CREATO,
 ABBRACCERO’ QUESTO CORPO
E LO ADAGERO’ AL MIO FIANCO .”
(Hezi lesskli)

Allora ecco tutto, vero? L’ultima possibilità. Le ultime parole. La fine della storia
che hai cominciato scrivere per noi poco più di otto mesi fa.
Propio ora hanno cominciato a tremarmi le mani. Quanti minuti ho a mia
disposizione? Dieci? Nove?…
Se solo potessi guardarti negli occhi, vederti là dentro, raccontarti quello che
vedo.
Vedo un uomo che non è un uomo, e un bambino che non è un bambino. Vedo
un uomo la cui maturità e la cui verilità sono come una cicatrice che si è chiusa
e indurita sulla ferita del bambino. Tu stesso hai scrito una volta e io ricordo di aver
pensato che per te la “cicatrice” si è formata esattamente nel punto d’unione tra
l’uomo e il bambino, e che questo punto non è vivo in te, senza essere comunque
morto.
Lettera dopo lettera sentivo che avrei potuto fare qualcosa per te; e non era un
caso che tu ti fossi rivolto a me, perché grazie al tuo intuito avevi capito che io avrei
potuto guarire quella cicatrice, fino a rivelare il bambino, il tuo gemello luminoso e,
ricominciando da lui, avresti potuto tornare a essere l’uomo che sei, che eri destinato
a essere.
Chi è quest’uomo? Temo che non mi permetterei più di scoprirlo. Posso solo indovinare
che è tutto quanto insieme: adulto e bambino e molte altre cose e molte altre persone –
ma riuniti insieme, senza le divisioni artificiali e violente che esistono dentro di te.
Perché ai miei occhi, nel punto in cui tutte quelle “anime” si toccano, si mescolano
e si uniscono senza che nulla le separi, sento che laggiù si tova il tuo vero io.
Quando ti ho incontrato laggiù mi sono subito sentita riempire da te. Il mio corpo e la
mia anima ti hanno parlato direttamente, oltre le tue parole, che non sempre amavo.
Perché laggiù tu mi ecciti veramente, mi stimoli, mi infiammi e mi fai male.
E quando, talvolta, mi hai permesso di stare laggiù con te mi sono sentita viva come
non mi era mai successo con nessuno. Con nessun uomo.
Cosa succede? Hai sentito? All’improvviso provo freddo e caldo al tempo stesso. E ti
sento, reale, con tutto il corpo. Mi stai di fronte, cosi vicino, come se ti trovassi al di là
della porta.No, non mi farò illusioni.
   Ma sento i tuoi occhi sospesi sulle mie labbra. Cosa vuoi che dica? Cosa potrei dire
che ancora non ho detto? E cos’altro rimane da dire, a parole?
   …Caro amore mio, se mi rimane un altro desiderio voglio, chiedo, che tutte quelle
migliaia di parole diventino corpo…

  

DAVID GROSSMAN
“Che tu sia per me il coltello”