Quel fiore verdognolo…

quel fiore verdognolo...

Che il temporale scoppi o svanisca!

Non è la fine del mondo.

L’amore è altro, o così lo pensavo,

un giardino che si espande,

quantunque ti sapesti donna e mai pensassi altrimenti,

fino a inglobare l’intero mare e tutti i suoi giardini

Amore dell’amore,

l’amore che ingoia tutto il resto, un amore riconoscente,

amore per la natura, per la gente, per gli animali,

un amore che genera cortesia e bontà…

L’amore a cui con me tu pure dovrai inchinarti –

un fiore, un fragilissimo fiore sarà la nostra sicurezza

e non perché noi siamo troppo deboli per fare altrimenti

ma perché al colmo della mia forza

ho rischiato ciò che dovevo fare,

mentre anche le ossa mi sudavano

per non poter gridare a te nell’atto.

Dell’asfodelo, di quel fiore verdognolo

simile a un ranuncolo sul suo stelo ramificato,

vengo, cara, a cantarti!

Il mio cuore si accende

pensando che ti reco notizie di qualcosa che ti interessa

e interessa molti uomini.

Considera ciò che passa per nuovo.

Non lo troverai là se non in poesie vilipese.

È difficile ricevere notizie da poesie,

eppure uomini muoiono miseramente ogni giorno

per mancanza di ciò che là si trova…


WILLIAM CARLOS WILLIAMS
tratto da “L’asfodelo, quel fiore verdognolo”

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La terza neve.

la terza neve...

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile
Sospirammo –
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…

E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento,
e nel volo
oscillava.

A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo delicatamente con le mani,
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?

Ma la neve ci rassicurava:
“Verrà, io lo so,
verrà la neve vera.
Non vi turbate –
mi scioglierò,
non inquietatevi –
subito…”.

Dope sette giorni
venne la neve nuova
Non venne –
precipitò.
Cadeva così fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi,
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.

Con pervicace ostinazione
voleva inseguire il trionfo
perchè tutti dicessero concordi:
sì, è lei, la neve,
vera, che non dura un sol giorno,
o due.

Ma disperò
di sè, non resistette
e si diede per vinta.
E se non si scioglieva tra le mani
si scioglieva
sotto
i piedi…

E noi inquieti, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte: quando
quella vera verrà?
Perchè era tempo,
era tempo…

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora
d’improvviso aperta la porta
meravigliati, la calpestammo.

Posava, alta e pulita,
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente fastosa
era
fittissimamente di sè sicura.

Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Ed era davvero tanta
ed era davvero bella.

Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo della macchine e lo sbuffare dei cavalli,
e sotto i piedi non si scioglieva,
anzi diventava più compatta.

Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne era abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.


Evgenij Evtušenko

Cos’era…

cos'era...

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.


MARK STRAND

La notte…

la notte...

Fresco suono svanito o ombra, il giorno mi trova.
Sì, come morte, forse come sospiro,
come un solo cuore che ha confini,
come limite forse di un petto che respira;
come acqua che circonda dolcemente una forma
e converte quel corpo in stella dentro l’acqua.

Forse come il viaggio di un corpo che si sente attirato
alla foce finale dove son tutti ignoti,
dove il freddo sorriso è accennato dai denti,
più doloroso se le mani son tiepide.

Come essere vivo, perché vivere è questo,
giunge nell’aria, nel generoso impulso
che spinge ad adagiarsi sulla terra e ad attendere
che la vita diventi fresca rosa.

Come la morte, sì, che rinasce nel vento.

Vita, vita che pulsa, che con forma di brezza,
con forma di uragano uscito da un respiro,
muove foglie, la gioia, il colore dei petali,
fresco fiore senziente in cui si muta un essere.

Come nuovo silenzio, come verde o alloro;
come ombra di tigre che superba si mostra nella selva;
come lieto fluttuare dei raggi del sole sulla pelle dell’acqua;
come la viva bolla che un pesce d’oro iscrive nell’azzurro
del cielo.
Come il ramo impossibile sopra il quale non ferma il suo
volo la rondine…
Il giorno mi trova.


VINCENTE ALEXANDRE

Tu sorgerai…

tu sorgerai...

Se solo tornassero i tempi, i tempi ormai perduti!

– Perché l’Uomo è finito! L’Uomo ha recitato ogni ruolo!

Nel gran giorno, stanco di distruggere idoli

risorgerà, libero da tutti i suoi dei,

e, poiché appartiene ai cieli, scruterà i cieli!

L’Ideale, l’invincibile pensiero, eterno,

dio che vive nella sua carnale argilla,

salirà, salirà, arderà nella sua mente!

E quando tu lo vedrai osservare tutto l’orizzonte,

deridendo il giogo antico, libero da ogni timore,

tu verrai a portargli la santa Redenzione!

– Splendida, radiosa, dal seno dei grandi mari

tu sorgerai, spargendo sul vasto Universo

l’Amore infinito in un infinito sorriso!

Il Mondo vibrerà come un’immensa

lira nel fremito d’un immenso bacio!

-Il Mondo ha sete d’amore: tu verrai a placarla…


ARTHUR RIMBAUD
tratto da “Sole e carne”

Sapore di pane.

sapore di pane...

Del mare e della terra faremo pane,

coltiveremo a grano la terra e i pianeti,

il pane di ogni bocca,

di ogni uomo,

ogni giorno

arriverà perché andammo a seminarlo

e a produrlo non per un uomo

ma per tutti,

il pane, il pane

per tutti i popoli

e con esso ciò che ha

forma e sapore di pane

divideremo:

la terra,

la bellezza,

l’amore,

tutto questo ha sapore di pane.


PABLO NERUDA
“Ode al pane”

Le cose più leggere…

le cose più leggere...

Alla fine scoprirai

che le cose più leggere son le uniche

che il vento non è riuscito a portar via

un ritornello antico

una carezza al momento giusto

lo sfogliare un libro di poesie

l’odore stesso che aveva un giorno il vento.


MÁRIO QUINTANA

La bellezza.

la bellezza...

Io credo che la vita sia una cosa positiva. Che sia una cosa bella. Dire che è bella forse ti suonerà inappropriato in un momento come questo, ma io credo lo sia, lo sento.

Quale pensi che sia la vera natura della bellezza?

Nella vita, ci sono cose che si realizzano e cose che non si realizzano. Le prime dimentichiamo subito, le seconde le coltiviamo, gelosi, per sempre dentro di noi. I sogni o le aspirazioni non sono altro che questo. In un certo senso, la bellezza stessa della vita risiede proprio nell’amore verso ciò che non è stato. Così non rimane invano qualcosa di non realizzato, perché in realtà vive già come bellezza.


KYŌICHI KATAYAMA
tratto da “Gridare amore dal centro del mondo”

O fiore…

o fiore
Mi regala una sensazione di benessere totale
Di tranquillitá sgorgante dall’amplificato “sentire”
Come vederne il sicuro incedere nell’arrivare l’amore…
A sfiorare il cuore dimora sicura e serbante
Di preziosissimi del destino che ci arrichiscono
Della loro spontanea essenza della loro presenza
Come un dolce abbraccio da donare
Come un prolungamento di “Noi”…
Al profumo inebbriante d’eterno 
In orizzonti che perdono forma nel lasciarsi gustare
Mentre si assaggia il loro sapore
Mentre si lascia cullare da storie scritte
Sul quaderno dell’immensità
In equilibrio tra cielo e mare 
Equilibrio e condivisione.
Come due mani a stringersi nell’ascoltare il rumore rilassante
Nel guardare alla grandezza di un volta dipinta d’azzurità
In un caldo sfiorarsi di pensiero 
Come carezze sulla pelle bruna di sole  
Come l’odore della brezzolina sul viso
Avvolgente e fresca di primavera
E sorrisi gioiosi a posarsi su labbra schiuse dell’amore…
E sboccia un fiore da proteggere e curare
 Infinitamente…
Delicatamente…


 SIBILLA ALERAMO 

La parola…

quando la parola si farà il corpo...

Quando la parola si farà corpo

e il corpo aprirà la bocca

e pronuncerà la parola che l’ha creato,

abbraccerò questo corpo

e lo adagerò al mio fianco.


HEZI LESKLI
“Quinta lezione d’ebraico”