La terza neve.

la terza neve...

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile
Sospirammo –
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…

E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento,
e nel volo
oscillava.

A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo delicatamente con le mani,
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?

Ma la neve ci rassicurava:
“Verrà, io lo so,
verrà la neve vera.
Non vi turbate –
mi scioglierò,
non inquietatevi –
subito…”.

Dope sette giorni
venne la neve nuova
Non venne –
precipitò.
Cadeva così fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi,
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.

Con pervicace ostinazione
voleva inseguire il trionfo
perchè tutti dicessero concordi:
sì, è lei, la neve,
vera, che non dura un sol giorno,
o due.

Ma disperò
di sè, non resistette
e si diede per vinta.
E se non si scioglieva tra le mani
si scioglieva
sotto
i piedi…

E noi inquieti, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte: quando
quella vera verrà?
Perchè era tempo,
era tempo…

E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora
d’improvviso aperta la porta
meravigliati, la calpestammo.

Posava, alta e pulita,
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente fastosa
era
fittissimamente di sè sicura.

Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Ed era davvero tanta
ed era davvero bella.

Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo della macchine e lo sbuffare dei cavalli,
e sotto i piedi non si scioglieva,
anzi diventava più compatta.

Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne era abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.


Evgenij Evtušenko

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Dimentico, sempre dimentico…

dimentico, sempre dimentico...

Sono irrequieto. Sono assetato di cose lontane. 
La mia anima desidera toccare il limite
dell’Oscuro lontano.
Oh, Grande Aldilà, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non ho ali per volare, che sono legato a questo luogo per sempre.

Sono insonne nella mia angoscia;
uno straniero in una terra straniera. 
Il tuo alito mi mormora una impossibile speranza. 
Il mio cuore comprende il tuo linguaggio 
come fosse il mio.
Oh, Lontanissimo, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non conosco la strada, 
che non ho il cavallo alato. 

Niente mi interessa: sono un vagabondo del mio cuore. 
Nella nebbia assolata delle languide ore, 
quella visione grandiosa di te 
prende forma nell’azzurro dei cielo! 
Oh, Meta Lontanissima, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che tutti i cancelli sono chiusi,
nella casa dove vivo solo!


R. TAGORE
tratto da “Il giardiniere”

Chi è che sempre ti cammina accanto?..

chi è il terzo?..

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia 
Roccia e non acqua e la strada di sabbia 
La strada che serpeggia lassù fra le montagne 
Che sono montagne di roccia senz’acqua 
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere 
Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare 
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia 
Vi fosse almeno acqua fra la roccia 
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare

Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere 
Non c’è neppure silenzio fra i monti 
Ma secco sterile tuono senza pioggia 
Non c’è neppure solitudine fra i monti …

Se vi fosse acqua 
E niente roccia 
Se vi fosse roccia 
E anche acqua 
E acqua 
Una sorgente 
Una pozza fra la roccia 
Se soltanto vi fosse suono d’acqua 
Non la cicala 
E l’erba secca che canta 
Ma suono d’acqua sopra una roccia… 
Ma non c’è acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto? 
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme 
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca 
C’è sempre un altro che ti cammina accanto 
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato 
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?..


THOMAS STEARNS ELIOT
tratto da “La terra desolata”

Luminosa insidia…

luminosa insidia...

È, l’essere. È.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?


MARIO LUZI
Tratto da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”

Guardammo la Terra…

guardammo la Terra ..

Se ci fu permesso di scegliere

dobbiamo aver riflettuto a lungo.

I corpi proposti erano scomodi
e si sciupavano laidamente.

I modi di appagare la fame
ci disgustavano.

Il mondo che avrebbe dovuto circondarci
era in continua disgregazione.

Con tristezza ed orrore
respingemmo gran parte
dei destini individuali
a noi dati in visione.

Accettavamo la morte
ma non in ogni forma.
Ci attirava l’amore
d’accordo, ma un amore
che mantiene le sue promesse.

Ciascuno voleva una patria senza vicini
e trascorrere la vita
nell’intervallo tra le guerre.

Nessuno di noi voleva prendere il potere
o sottostare ad esso,
nessuno voleva essere la vittima
delle proprie e delle altrui illusioni,
non c’erano volontari…

Nel frattempo un gran numero
di stelle accese
si era spento e raffreddato.
Era ora di prendere una decisione.

Ci era stata fatta
la proposta d’un viaggio.

Un soggiorno oltre l’eternità,
comunque monotona
e ignara del passare del tempo,
avrebbe potuto non ripetersi più.

Fummo assaliti dai dubbi:
sapendo tutto in anticipo
sappiamo veramente tutto?

Una scelta così prematura
é davvero una scelta?
Non sarà meglio
dimenticarla?
E dovendo scegliere
– allora scegliere laggiù?

Guardammo la Terra.

Una pianta gracile
si aggrappava alla roccia
con l’incosciente fiducia
che il vento non l’avrebbe strappata.

Un piccolo animale
si tirava fuori dalla tana
con uno sforzo e una speranza per noi strani.

Ci sembrammo troppo prudenti, meschini e ridicoli…


WISLAWA SZYMBORSKA
tratto da
“Una versione dei fatti”

È un sogno dentro un sogno soltanto…

è un sogno dentro un sogno soltanto...

Prendi questo bacio sulla fronte!
E, ora che sto per lasciarti,
Lascia che te lo confessi:
Non hai torto tu, quando credi
Che nient’altro che un sogno
Sono stati i miei giorni;
Se la speranza è sfuggita
In una notte, o in un giorno,
In una visione, o nel nulla
È forse per questo meno perduta?
Tutto quel che vediamo o sembriamo
È un sogno dentro un sogno soltanto.

Nel frastuono mi trovo di una riva
Che l’onda del mare flagella,
E nella mano stringo
Grani di sabbia d’oro.
Così pochi! Eppure come sfuggono
Giù nel profondo attraverso le dita,
Mentre piango e piango e piango!
Oh Dio! Non posso agguantarli io
Con una stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne uno io
Dall’ondata spietata?
Non è tutto quel che vediamo o sembriamo
Un sogno dentro un sogno soltanto?


EDGAR ALLAN POE

Il vuoto umano…

il vuoto umano...

La verità intoccabile di un uomo

vince gli aghi di luce scorporata

nelle soavi tetanìe d’amore

E ogni riscatto che di lei si è udito

su tanta piaga è uno straccio pudico

di lingue mozze un muto nutrito

Chiaro e scuro di pena era quel pane

mangiato soli guardando la sera

mentre in catene la buia sfera

batte a vetri e persiane

Due vite deboli in un vuoto bidone

Ad altra vola l’insetto mano

toccare vuole in vite che trova

il vuoto umano

Vedi che viene: è fatto di sciagura

lascia una traccia di pura paura

temi i suoi piedi e la sua faccia oscura

Catabasi senza fine

lettura d’uomo, ritrai la mano

dall’abito rovente in cui respira;

Il sale bianco del suo sparire

dolce è da dire


GUIDO CERONETTI

Dimmi: e poi non fa niente…

L'infinito pomerio

Dimmi che cosa ho perduto 

dimmi in che cosa mi sono perduto

e perché così tanto, quasi tutto

ho lasciato a piè del muro –

gemellari luci, auricolazioni

nell’infinito pomerio

 

Da sempre vi inciampo,

in qualcosa di combattuto  

vinto ribelle e comunque

muto – lussazioni

nei baluginii del pomerio

Dimmi quale è che modo

di collassarsi

Dimmi quale lingua ho perduto

e lasciato collassarsi

Dimmi in che lingua ho perduto

ho collassato

e perché in questa cinta amata

per la sua tanta perdita

mi sono aggirato

senza mai perdermi

ma pur sono stato perduto

da alcuni da alcuno

Dimmi perché ogni nervo

d’erbe verdissime su

dal collassato campo di mura

e pomerii

percepisca quel che io

non percepisco

nello sfatato, nel collassato,

nel simil – nato

in cui mi sono guadagnato

e ripetuto

Dimmi perché questo

disamore per sempre

mi porta davanti all’amore

creduto perduto –

amori raccattati come filìi di sputo,

invasione, luogo invasato

tutto nel rivolgersi al mio iato

 

Dimmi: e poi non fa niente:

chinato sul pomerio all’impari,

sotto sbilancio o sfratto

dall’alto stato dei cieli:

forzano a mille danari

succhiano da mille prede

offerte luminarie

ho avviato là qualcosa di mio

a scorrere davanti a me

a qualificare profondità – ruine

mondi,

occhieggianti divine latrine –

mi sono adeguato a voi divote

e umili demarcazioni territoriali

deposte da quanto è più

chimicamente animale –

e mi apriste in incalcolabili avanti

afferendomi ai collassati cieli

ai loro ammanchi palpitanti!

 

Dimmi perché adorando

questa perdita secca

o riducendo

o riducendo a più non posso

e basta

o non badando a remissione,

mutuo, sostituto, oh,

come accucciato accucciato

o divaricato divaricato

dal mio collassato mi sono evoluto

sì che potrei

con le mie parti infime

del brillio dell’oscuro

lo stato vero assumere

e oralità e orazione infine adergere

essere – in esse – chimico segno

pomo ponfo

mai prima individuato

dentro la folata del crepuscolo

del rilasciato 

dell’affrancato 

del defenestrato

al di là di labbra e nari

su instabilità di pomeri

di legenda di agenda

e luminarie


ANDREA ZANZOTTO
“Collassare e pomerio”

Il regno della polvere.

polvere

La radio disse che era ora di svegliarsi, la notte era finita e un nuovo giorno pieno di polvere stava per iniziare. Disse di non farsi illusioni, li aspettava un’altra giornata polverosa ma polverosa davvero e se il buongiorno si veda dal mattino potevano stare certi che ci avrebbero nuotato, nella polvere.

– Ci sarà polvere dappertutto, – annuncio la radio. – Polvere come non se ne vedeva da un pezzo, vi do la mia parola, – ha detto la voce dalla radio.

– La voce che vi parla dalla vostra lunghezza d’onda preferita, l’unica che i vostri difettosi apparecchi impolverati possano mai sperare di captare nell’etere di questo schifosissimo Stato, la radio che non vi lascia mai soli, che è sempre qua anche quando voi  non ci siete. Sempre qua, come la polvere di cui fareste volentieri a meno.

La voce che parlava dalla radio sapeva bene quanto fosse difficile mandare giù quella vita. Sempre a mangiare polvere. Tutti i santi giorni. “Mangiare” si fa per dire, ovvio. La polvere era proprietà dello Stato e mangiarla era proibito dalla legge. Per non parlare dei seri danni che la sua indebita ingestione provocava alla salute e in particolare all’equilibrio psichico.

Ma non potevano dargli una pulita a quel merdosissimo Stato? Basta ingegnarsi. Possibile mai che non si trovasse il modo di togliere di mezzo un po’ di polvere? Mica stavano più nel medioevo. Che fine ha fatto il nostro grande paese di un tempo?, si domandavano gli ascoltatori della radio. E’ o non è un paese libero, questo? 

La radio confermò che il loro era un paese libero ma purtroppo la cosa non c’entrava un cazzo con la storia della polvere perché la libertà non era né un aspiratutto né un strofinaccio, e nemmeno un oggetto che si potesse usare per fare qualcosa. Disse che la libertà la si godeva, che era un concetto, un valore, un idea. Una cosa tipo metaforica, insomma. Avevano forse mai visto qualcuno pulire i pavimenti con una metafora? 

– Temo sia meglio che vi rassegnate, – consigliò la radio, dopodiché diede uno sguardo alle previsioni. 

Il più delle volte non promettevano nulla di buono. Quel giorno, poi, ci sarebbe stata polvere all’esterno e all’interno di tutte le cose, quelle solide, quelle gassose e perfino quelle liquide… 


 TOMMASO PINCIO
“La ragazza che non era lei”