Come un libro…

come un libro aperto...

C’è chi ti legge come un libro aperto,

chi ti chiude come un libro letto,

chi ti scrive come un libro bianco,

chi ha perso il segnalibro,

chi voleva leggerti ma le emozioni non erano in saldo,

chi ti ha sfogliato e riposto sullo scaffale,

chi ti ha portato a casa e messo in libreria.

Può capitare nella vita che qualcuno ti legga sul serio,

dalla copertina all’ultima pagina,

portandoti con sé come il dono più prezioso.


Francesco Paolo Ettari

~ SIMBOLO D’ASSENZA… ~

simbolo d'assenza...

Non è piuma, non è ala, non è tatto

la parola senza sguardi non ha impatto.

Solitaria e selvaggia lancia un suono

e veleggia, scoria nel vento. e non sa di buono.

Non sa di buono come un riso sincero

quel cristallino farfugliare che sa di vero.

La parola, qui, s’arrotonda e si veste

ma non è la mano dolce che ti sveste,

non è silenzio d’attesa in rorida presenza

è solo smunto e pallido fiore simbolo d’assenza.


FRANZ

via Simbolo d’assenza — FRANZ

~ EN GARE ~

nella stazione...

Sur la ferraille de ses infortunes, l’homme regarde sa solitude bistre dans ses yeux avec le fatalisme obtus des vaches et s’obstine à purger une peine méconnue qui fume sur la prairie vaste d’obscures coulisses

et dans le brouillard de son corps s’endort un train froidement inhabité qui reste sur le cuivre du départ et à la larme d’un regard aimé


Barbara Auzou

via En gare. — Lire dit-elle


Se…

se...

Se le lentiggini fossero deliziose, e se il giorno fosse notte,

e se il morbillo fosse carino e la bugia non fosse una bugia,

la vita sarebbe uno splendore, –

ma le cose non possono andar giuste

perché in tale ginepraio

Io non sarei io.

Se la terra fosse paradiso, e allora fosse ora,

e il passato fosse presente, ed il falso fosse vero,

ci sarebbe del senso

ma sarei incerto

perché in tale messinscena

tu non saresti tu.

Se la paura fosse coraggiosa, e le sfere fossero quadrate,

e se lo sporco fosse pulito e le lacrime fosse una gioia,

le cose sembrerebbero giuste,

ma sarebbero tutte una angoscia,

perché se il qui fosse là

noi non saremmo noi.


E.E. Cummings

Rimasero lì in piedi, pazienti…

rimasero lì in piedi, pazienti...

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non capissero;
non perché avessero fame:

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.

Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.


H.M. ENZENSBERGER
tratto da “La fine del Titanic”

“Questa è la storia più triste che abbia mai sentito”…

la storia triste...

Comincia, come tutte le storie vere, chissà dove. Cercare l’inizio è come tentare di scoprire la sorgente di un fiume…

Chiudo gli occhi e affondo la punta. Li apro ed eccomi là, nel seminterrato di un negozio di libri, a masticare la carta. Come accade a molti piaceri illeciti masticare la carta divenne ben presto un’abitudine e poco dopo una fame insaziabile. Ridacchiate? Presumo che voi considerate il mio un volgare caso di dipendenza o forse un classico disturbo mentale ossessivo-compulsivo. Potreste avere ragione. Tuttavia il concetto di dipendenza non è abbastanza profondo, per descrivere questo tipo di fame, che io chiamerei piuttosto amore.

All’inizio mi avventavo senza andare troppo per il sottile, ma presto cominciai a notare che ogni libro aveva un sapore diverso: dolce, amaro, aspro, agrodolce, rancido, salato, agro. Notai, anche, che ciascun gusto portava con sé e suscitava nella mente un insieme di immagini e rappresentazioni di cose di cui non sapevo nulla.

Divorando un libro dopo l’altro, continuavo la mia formazione. Avevo scoperto una relazione interessante tra il sapore e qualità letteraria. Da allora il mio motto divenne: “Quel che è buono da mangiare è buono da leggere”. Il mio intelletto divenne più affilato dei miei stessi denti. Presto riuscii a finire un romanzo di quattrocento pagine in un’ora, a far fuori Spinoza in un giorno. Non riuscivo a spiegarmi come mai mi fosse stato concesso tutto questo. È possibile che io abbia un Destino? Le vite, nelle storie, hanno sempre un significato e un fine. Persino le esistenze più balorde e senza scopo.

Non ho mai avuto molto coraggio, né fisico, ed è stato duro riconoscere quanto forse insulsa la mia esistenza e priva di una storia in cui incarnarsi. Così, molto presto, iniziai a consolarmi con l’idea assurda, ridicola, di avere un Destino. Cominciai a cercarlo nei libri appunto, viaggiando nello spazio e nel tempo.

Ridete. Fate bene a ridere. Un tempo fui – malgrado il mio aspetto sgradevole – un inguaribile romantico, la più assurda e ridicola delle creature. E un umanista anche. E nonostante o forse grazie a queste debolezze fui in grado di conoscere una gran quantità di figure leggendarie e di persone di genio. Subito riconobbi in loro dei compagni di strada afflitti, isterici come me.

Malgrado l’intelligenza, il tatto, la raffinatezza, la delicata sensibilità e la crescente erudizione, rimanevo una creatura con molti limiti. Leggere è una cosa, ma parlare è tutt’altra faccenda; e non mi riferisco alla capacità di parlare in pubblico. Non intendo dire che soffrivo di fobia sociale, per quanto, in realtà, ne fossi affetto.  No, mi riferisco alla vera e propria produzione di suoni articolari. Non ero in grado di farlo, ero condannato al silenzio. Tutte le frasi meravigliose che si libravano in volo nella mia testa come farfalle svolazzavano dentro una gabbia da cui non sarebbero mai uscite. Tutte le parole incantevoli che rimuginavo e mimavo a fior di labbra nel silenzio strozzato del mio pensiero erano inutili come migliaia, milioni di parole che avevo stracciato via dai libri e ingoiato, tutto buttato via, muto, inservibile, sprecato. Per un problema di natura fisiologica: non possiedo il tipo adatto di corde vocali. Non sono mai stato capace di andare al di là di qualche variazione incompensibile del puro squittio. Squit, squit, squit.

Oh, che razza di clown! Rido, per non piangere. Cosa che, naturalmente, non mi è possibile fare… Come ridere, d’altro canto, se non nella mia testa, dove quel riso è più doloroso delle lacrime…


SAM SAVAGE
tratto da “Firmino”

Di nuovo dicendo…

di nuovo dicendo...

Di nuovo dicendo

se non mi insegni non imparerò

di nuovo dicendo

anche per le ultime volte

c’è un’ultima volta

ultime volte di mendicare

ultime volte di amare

di sapere

di non sapere di fingere

un’ultima anche

per le ultime volte di dire

se non mi ami non sarò amato

se non ti amo non amerò

il battiburro di parole stantie

di nuovo nel cuore

amore amore amore

tonfo del vecchio pistone

che pesta l’inalterabile

siero di parole.

Di nuovo atterrito

di non amare

di amare e non te

di essere amato e non da te

di sapere

di non sapere di fingere

fingere

io e tutti gli altri che ti ameranno

se ti amano .


SAMUEL BECKETT
tratto da
Cascando”

Guardai indietro…

guardai indietro...

Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma, curiosità a parte, potevo avere altri motivi.
Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa d’argento.
Per distrazione – mentre allacciavo il sandalo…

Per la disobbedienza degli umili.
Per tendere l’orecchio agli inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio ci avesse ripensato…


Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il fagotto.
Guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni, topi di campo, piccoli di avvoltoio.
Non più buoni nè cattivi – ogni cosa vivente
strisciava e saltava in un panico collettivo, semplicemente.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare…

Guardai indietro per l’ira…Guardai indietro per molte ragioni.
Guardai indietro non per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d’improvviso la strada…

No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finché il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia ardente…

Mancandomi l’aria, mi rigirai più volte…


WISLAWA  SZYMBORSKA
tratto da
“La moglie di Lot”

Ed io conosco il topo…

ed io conosco il topo...

Conosci il falco,

ed io conosco il topo,

tu il volo a picco,

ed io l’orma del piede,

conosci il pino,

ed io conosco l’edera,

conosco il legno,

e tu conosci il fuoco.

Io faccio il viaggio,

tu ne sai lo scopo,

io ti dò l’incertezza, tu la fede,

tu sai come donare,

io come chiedere,

conosco il prima,

e solo tu sai il dopo.

Tu trovi il filo, che nel labirinto

ti conduce sicura ad una uscita,

io ho perso il segno,

annaspo ad ogni spigolo;

ma se guardi negli occhi,

che hai avvinto

al tuo incanto di giada,

io ho la partita:

rubo il lampo ai tuoi occhi,

e ti sconfiggo.


GIORGIO CALCAGNO