A un passo da qui…

Metti la sciarpa cuore, fuori c’è vento
non so se farà pioggia, più facile cada
lo sai, le salite al ritorno saranno
le discese di stamani dopo bacio e caffè;
poi le mode, sai bene, cadono
alla fine è solo Dio a far quadrare tutto.
Questo paese omaggia la propria morte,
l’abbraccia coi ferini, i divorzi senza lite.
Questo per tutti è amore, tranne il giorno
in cui ci afferrammo non già sconosciuti.
Qualcosa muove l’aria tra le canne
della vecchia pianola, chissà dov’è la stanza
della poesia, quante sedie vuote avrà.
Fuori siamo tutti estranei, tutti uguali,
a un passo da qui ognuno si crede unico
allo stesso modo dentro gli stessi fumi.
Per questo mi aspetto di viverti a lungo.
Sistemati la sciarpa, un altro bacio.


ALMERIGHI

via A un passo da qui — almerighi

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O beatrice…

o beatrice...

O beatrice senza manto
senza cielo né canto.

Beatrice tutta di terra
attraversata in guerra.

Beatrice costruttrice
della mia distruzione felice.

Beatrice ultimo gioco.
Beatrice salto nel fuoco.

Beatrice da sempre nata.
Beatrice stella designata.

Beatrice fiato e voce
dell’inchiodato in croce.

Beatrice delle paure.
Beatrice delle venture.

O beatrice senza santi
senza veli né oranti.

Beatrice tutta di furore
di febbre e tremore.

O beatrice di lacrime.
Beatrice furtiva bestiola.

O beatrice infinita.
Beatrice nella tagliola.

Beatrice pietosa
filia et mater mea gloriosa.

Beatrice che si spezza
per troppo di tenerezza.

O beatrice mia apprensiva.
O beatrice viva.


GIOVANNI GIUDICI

Le porte son chiuse…

le porte chiuse...

Le porte del mondo non sanno

che fuori la pioggia le cerca.

Le cerca. Le cerca. Paziente

si perde, ritorna. La luce

non sa della pioggia. La pioggia

non sa della luce. Le porte,

le porte del mondo son chiuse:

serrate alla pioggia,

serrate alla luce.


SANDRO PENNA

Lo specchio.

lo specchio...

Che oggetto triste

hanno inventato gli uomini!

Chiunque si specchia

sta di fronte a se stesso

e chi pone la domanda

è, al tempo stesso, l’interrogato.

Per entrare più a fondo

l’uomo deve fare il contrario,

allontanarsi.


KIKUO TAKANO

Le cose più leggere…

le cose più leggere...

Alla fine scoprirai

che le cose più leggere son le uniche

che il vento non è riuscito a portar via

un ritornello antico

una carezza al momento giusto

lo sfogliare un libro di poesie

l’odore stesso che aveva un giorno il vento.


MÁRIO QUINTANA

La bellezza.

la bellezza...

Io credo che la vita sia una cosa positiva. Che sia una cosa bella. Dire che è bella forse ti suonerà inappropriato in un momento come questo, ma io credo lo sia, lo sento.

Quale pensi che sia la vera natura della bellezza?

Nella vita, ci sono cose che si realizzano e cose che non si realizzano. Le prime dimentichiamo subito, le seconde le coltiviamo, gelosi, per sempre dentro di noi. I sogni o le aspirazioni non sono altro che questo. In un certo senso, la bellezza stessa della vita risiede proprio nell’amore verso ciò che non è stato. Così non rimane invano qualcosa di non realizzato, perché in realtà vive già come bellezza.


KYŌICHI KATAYAMA
tratto da “Gridare amore dal centro del mondo”

Dimentico, sempre dimentico…

dimentico, sempre dimentico...

Sono irrequieto. Sono assetato di cose lontane. 
La mia anima desidera toccare il limite
dell’Oscuro lontano.
Oh, Grande Aldilà, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non ho ali per volare, che sono legato a questo luogo per sempre.

Sono insonne nella mia angoscia;
uno straniero in una terra straniera. 
Il tuo alito mi mormora una impossibile speranza. 
Il mio cuore comprende il tuo linguaggio 
come fosse il mio.
Oh, Lontanissimo, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che non conosco la strada, 
che non ho il cavallo alato. 

Niente mi interessa: sono un vagabondo del mio cuore. 
Nella nebbia assolata delle languide ore, 
quella visione grandiosa di te 
prende forma nell’azzurro dei cielo! 
Oh, Meta Lontanissima, oh, l’acuto richiamo del tuo flauto! 
Dimentico, sempre dimentico, che tutti i cancelli sono chiusi,
nella casa dove vivo solo!


R. TAGORE
tratto da “Il giardiniere”

Chi è che sempre ti cammina accanto?..

chi è il terzo?..

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia 
Roccia e non acqua e la strada di sabbia 
La strada che serpeggia lassù fra le montagne 
Che sono montagne di roccia senz’acqua 
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere 
Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare 
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia 
Vi fosse almeno acqua fra la roccia 
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare

Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere 
Non c’è neppure silenzio fra i monti 
Ma secco sterile tuono senza pioggia 
Non c’è neppure solitudine fra i monti …

Se vi fosse acqua 
E niente roccia 
Se vi fosse roccia 
E anche acqua 
E acqua 
Una sorgente 
Una pozza fra la roccia 
Se soltanto vi fosse suono d’acqua 
Non la cicala 
E l’erba secca che canta 
Ma suono d’acqua sopra una roccia… 
Ma non c’è acqua

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto? 
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme 
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca 
C’è sempre un altro che ti cammina accanto 
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato 
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?..


THOMAS STEARNS ELIOT
tratto da “La terra desolata”

C’è, chi dà la colpa…

c'è, chi da la colpa...

Laurin42

C’è, chi dà la colpa
alle piene di primavera,
al peso di un grassone
che viaggiava in autocorriera:
io non mi meraviglio
che il ponte sia crollato,
perché l’avevano fatto
di cemento “amato”.
Invece doveva essere
“armato”, s’intende,
ma la erre c’è sempre
qualcuno che se la prende.
Il cemento senza erre
(oppure con l’erre moscia)
fa il pilone deboluccio
e l’arcata troppo floscia.
In conclusione, il ponte
è colato a picco,
e il ladro di “erre”
è diventato ricco:
passeggia per la città,
va al mare d’estate,
e in tasca gli tintinnano
le “erre” rubate.

Ladro di “Erre”, Gianni Rodari. 1972.

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Guardammo la Terra…

guardammo la Terra ..

Se ci fu permesso di scegliere

dobbiamo aver riflettuto a lungo.

I corpi proposti erano scomodi
e si sciupavano laidamente.

I modi di appagare la fame
ci disgustavano.

Il mondo che avrebbe dovuto circondarci
era in continua disgregazione.

Con tristezza ed orrore
respingemmo gran parte
dei destini individuali
a noi dati in visione.

Accettavamo la morte
ma non in ogni forma.
Ci attirava l’amore
d’accordo, ma un amore
che mantiene le sue promesse.

Ciascuno voleva una patria senza vicini
e trascorrere la vita
nell’intervallo tra le guerre.

Nessuno di noi voleva prendere il potere
o sottostare ad esso,
nessuno voleva essere la vittima
delle proprie e delle altrui illusioni,
non c’erano volontari…

Nel frattempo un gran numero
di stelle accese
si era spento e raffreddato.
Era ora di prendere una decisione.

Ci era stata fatta
la proposta d’un viaggio.

Un soggiorno oltre l’eternità,
comunque monotona
e ignara del passare del tempo,
avrebbe potuto non ripetersi più.

Fummo assaliti dai dubbi:
sapendo tutto in anticipo
sappiamo veramente tutto?

Una scelta così prematura
é davvero una scelta?
Non sarà meglio
dimenticarla?
E dovendo scegliere
– allora scegliere laggiù?

Guardammo la Terra.

Una pianta gracile
si aggrappava alla roccia
con l’incosciente fiducia
che il vento non l’avrebbe strappata.

Un piccolo animale
si tirava fuori dalla tana
con uno sforzo e una speranza per noi strani.

Ci sembrammo troppo prudenti, meschini e ridicoli…


WISLAWA SZYMBORSKA
tratto da
“Una versione dei fatti”