L’odio…

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.


WISLAWA SZYMBORSKA

Le porte son chiuse…

le porte chiuse...

Le porte del mondo non sanno

che fuori la pioggia le cerca.

Le cerca. Le cerca. Paziente

si perde, ritorna. La luce

non sa della pioggia. La pioggia

non sa della luce. Le porte,

le porte del mondo son chiuse:

serrate alla pioggia,

serrate alla luce.


SANDRO PENNA

Arte ombrosa…

arte ombrosa...

Nel mio mestiere o arte ombrosa

praticata nella notte quieta

quando solo la luna s’infiamma

e gli amanti riposano a letto

con tutti i dolori nelle braccia,

il mio lavoro è cantare la luce

non per ambizione o pane,

non per vanagloria o commercio di incanti

su impalcature in avorio

ma per il modesto salario

del loro più segreto cuore.

Non scrivo per l’uomo orgoglioso

che si ritrae nella furia di luna

su questo zampillo di pagine,

non per i morti che torreggiano

con i loro usignoli e salmi

ma per gli amanti che abbracciano

i dolori di tutte le età,

e non offrono lodi o compensi

incuranti del mio mestiere o arte.


DYLAN THOMAS

Rimasero lì in piedi, pazienti…

rimasero lì in piedi, pazienti...

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non capissero;
non perché avessero fame:

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.

Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.


H.M. ENZENSBERGER
tratto da “La fine del Titanic”

Spettacolo senza prove…

spettacolo senza prove...

Una vita all’istante.

Spettacolo senza prove.

Corpo senza modifiche.

Testa senza riflessione.

Non conosco la parte che recito.

So solo che è la mia, non mutabile.

Il soggetto della pièce

va indovinato direttamente in scena.

Mal preparata all’onore di vivere,

reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.

Improvviso, benché detesti improvvisare.

Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.

Il mio mondo di fare sa di provinciale.

I miei istinti hanno del dilettante.

L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia.

Sento come crudeli le attenuanti.

Parole e impulsi non revocabile,

stelle non calcolate,

il carattere come un cappotto abbottonato in corsa –

ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.

Poter provare prima, almeno un mercoledì,

o replicare ancora una volta, almeno un giovedì!

Ma qui già sopraggiunge il venerdì

con un copione che non conosco…


WISLAWA SZYMBORSKA
tratto da “Una vita all’istante”

I suoi occhi…

I suoi occhi...

Mi fermai di botto e mi misi a guardare l’altro lato della strada, vidi il vecchio e il suo cane.

Il vecchio si avvicinava con passo lento e debole, muovendo le gambe come due bastoni, quasi senza piegarle, curvo e dando dei colpi con la canna sul lastrico. Mai avevo incontrato una così strana e assurda figura! La sua alta statura, il dorso curvo, il viso smorto da vegliardo ottantenne, il vecchio soprabito sdrucito, il cappello duro che denunciava almeno vent’anni di servizio tanto era sciupato; tutte le sue movenze che sembrava fossero automatiche, come guidate da una invisibile molla – tutto ciò colpiva involontariamente chiunque lo vedesse per la prima volta. Infatti, stupiva vedere un uomo così decrepito, solo, senza qualcuno che lo accompagnasse, tanto più che egli aveva l’aspetto di un pazzo sfuggito ai suoi custodi. Era terribilmente scarno, con la pelle incollata alle ossa. I suoi occhi grandi, ma appannati, quasi incastrati in due cerchi lividi, guardavano sempre diritto innanzi a loro, mai lateralmente, senza vedere nulla – ne sono sicuro. Egli pareva guardarvi, ma vi veniva addosso, come se dinanzi a lui si fosse trovato il vuoto.

“A che pensa? Cosa ha nella mente? Ed è forse ancora in grado di pensare? Il suo viso è già morto a tal punto che non esprime più nulla?” pensai. “E dove ha trovato quell’orribile cane, che non lo lascia di un solo passo, come se facesse una sola cosa, indivisibile, con lui, e che gli rassomiglia tanto?”

Quel disgraziato cane doveva aver anche lui un’ottantina d’anni. Sí, doveva essere proprio così. Mi era sembrato che esso non potesse essere un cane come tutti gli altri, ma che fosse un animale straordinario, racchiudente  in sé qualcosa di fantastico, di soprannaturale; che in lui, sotto l’aspetto di cane, si celasse un demone, e che il suo destino fosse indissolubilmente legato, in modo misterioso e sconosciuto, a quello del suo padrone. Quando questi due esseri camminavano per la via – davanti il padrone, dietro il cane – il naso del secondo toccava proprio il bordo del vestito del primo come se vi fosse incollato. Il loro modo di camminare e tutto il loro aspetto parevano dire ad ogni passo:

“Siamo vecchi, siamo vecchi, oh Dio, come siamo vecchi!”


FËDOR DOSTOEVSKIJ
tratto da “Umiliati e offesi”

Il vuoto umano…

il vuoto umano...

La verità intoccabile di un uomo

vince gli aghi di luce scorporata

nelle soavi tetanìe d’amore

E ogni riscatto che di lei si è udito

su tanta piaga è uno straccio pudico

di lingue mozze un muto nutrito

Chiaro e scuro di pena era quel pane

mangiato soli guardando la sera

mentre in catene la buia sfera

batte a vetri e persiane

Due vite deboli in un vuoto bidone

Ad altra vola l’insetto mano

toccare vuole in vite che trova

il vuoto umano

Vedi che viene: è fatto di sciagura

lascia una traccia di pura paura

temi i suoi piedi e la sua faccia oscura

Catabasi senza fine

lettura d’uomo, ritrai la mano

dall’abito rovente in cui respira;

Il sale bianco del suo sparire

dolce è da dire


GUIDO CERONETTI

Di nuovo dicendo…

di nuovo dicendo...

Di nuovo dicendo

se non mi insegni non imparerò

di nuovo dicendo

anche per le ultime volte

c’è un’ultima volta

ultime volte di mendicare

ultime volte di amare

di sapere

di non sapere di fingere

un’ultima anche

per le ultime volte di dire

se non mi ami non sarò amato

se non ti amo non amerò

il battiburro di parole stantie

di nuovo nel cuore

amore amore amore

tonfo del vecchio pistone

che pesta l’inalterabile

siero di parole.

Di nuovo atterrito

di non amare

di amare e non te

di essere amato e non da te

di sapere

di non sapere di fingere

fingere

io e tutti gli altri che ti ameranno

se ti amano .


SAMUEL BECKETT
tratto da
Cascando”