Quel fiore verdognolo…

quel fiore verdognolo...

Che il temporale scoppi o svanisca!

Non è la fine del mondo.

L’amore è altro, o così lo pensavo,

un giardino che si espande,

quantunque ti sapesti donna e mai pensassi altrimenti,

fino a inglobare l’intero mare e tutti i suoi giardini

Amore dell’amore,

l’amore che ingoia tutto il resto, un amore riconoscente,

amore per la natura, per la gente, per gli animali,

un amore che genera cortesia e bontà…

L’amore a cui con me tu pure dovrai inchinarti –

un fiore, un fragilissimo fiore sarà la nostra sicurezza

e non perché noi siamo troppo deboli per fare altrimenti

ma perché al colmo della mia forza

ho rischiato ciò che dovevo fare,

mentre anche le ossa mi sudavano

per non poter gridare a te nell’atto.

Dell’asfodelo, di quel fiore verdognolo

simile a un ranuncolo sul suo stelo ramificato,

vengo, cara, a cantarti!

Il mio cuore si accende

pensando che ti reco notizie di qualcosa che ti interessa

e interessa molti uomini.

Considera ciò che passa per nuovo.

Non lo troverai là se non in poesie vilipese.

È difficile ricevere notizie da poesie,

eppure uomini muoiono miseramente ogni giorno

per mancanza di ciò che là si trova…


WILLIAM CARLOS WILLIAMS
tratto da “L’asfodelo, quel fiore verdognolo”

È un sogno dentro un sogno soltanto…

è un sogno dentro un sogno soltanto...

Prendi questo bacio sulla fronte!
E, ora che sto per lasciarti,
Lascia che te lo confessi:
Non hai torto tu, quando credi
Che nient’altro che un sogno
Sono stati i miei giorni;
Se la speranza è sfuggita
In una notte, o in un giorno,
In una visione, o nel nulla
È forse per questo meno perduta?
Tutto quel che vediamo o sembriamo
È un sogno dentro un sogno soltanto.

Nel frastuono mi trovo di una riva
Che l’onda del mare flagella,
E nella mano stringo
Grani di sabbia d’oro.
Così pochi! Eppure come sfuggono
Giù nel profondo attraverso le dita,
Mentre piango e piango e piango!
Oh Dio! Non posso agguantarli io
Con una stretta più forte?
Oh Dio! Non posso salvarne uno io
Dall’ondata spietata?
Non è tutto quel che vediamo o sembriamo
Un sogno dentro un sogno soltanto?


EDGAR ALLAN POE

E io sincero facevo la commedia…

e io sincero facevo la commedia...

Tu mi hai detto: ” Sono stanca di commedia…

Oh tu, come gli altri uomini, ombra con le mani!

Ma lasciami perdere! Facciamo come la gente

che si stringe, si accoppia, e se ne va!”

Io ti ho guardata, e dentro la paura mi è venuta

come quando si pensa la morte:

ho visto l’erba sollevarsi di vento,

e la commedia ero io,

e tu il mio pensarmi…

E allora ti ho parlato d’aria e d’amore,

e pieno di dignità ho cercato il piangere.

Ed era verità la mia commedia ed era un fingere,

e non quel nostro piangere,

ma la ragione, il senso della paura

che non era d’amore ma di pietà,

e io sincero facevo la commedia

per la disperazione di essere lontano.


FRANCO LOI

Allegria pazza allegria!

Allegria del ritmo

allegria del passaggio a guato

allegria della morte

allegria del crimine

allegria della bestialità

allegria amore mio

Io prendo il fuoco

tu prendi il fuoco

si stacca la fiamma dalle nostre radici

la storia si dilegua

la nostra faccia li farà impazzire

Allegria pazza allegria da rivoltare il mondo

allegria senza pesantezza

allegria senza terrorismo

allegria di gambe dischiuse al fulmine

allegria striata da lampi di collera

allegria senza confini

allegria sguainata

Scandalosa allegria dell’amore

ti piegherò le ossa fin nel ventre della terra

risuoneranno le nostre risa dentro ai cimiteri


ALAIN JOUFFROY

Guardai indietro…

guardai indietro...

Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma, curiosità a parte, potevo avere altri motivi.
Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa d’argento.
Per distrazione – mentre allacciavo il sandalo…

Per la disobbedienza degli umili.
Per tendere l’orecchio agli inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio ci avesse ripensato…


Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il fagotto.
Guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni, topi di campo, piccoli di avvoltoio.
Non più buoni nè cattivi – ogni cosa vivente
strisciava e saltava in un panico collettivo, semplicemente.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare…

Guardai indietro per l’ira…Guardai indietro per molte ragioni.
Guardai indietro non per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d’improvviso la strada…

No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finché il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia ardente…

Mancandomi l’aria, mi rigirai più volte…


WISLAWA  SZYMBORSKA
tratto da
“La moglie di Lot”

A tutte le donne !

Fragile, opulenta donna,

matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra

è innalzi il tuo canto d’amore.


Alda Merini

… in me cadeva il giorno.

in me

O datemi qualcuno che mi ascolti,

ché di parole straripo… qualcuno

che mi prenda per mano e dei sepolti

dei fatti polvere e niente al raduno
mi porti…

di occhi ho paura… di volti…

Non mi restava ormai niente e nessuno,

e come sanguinando intorno intorno

pesantemente in me cadeva il giorno.

 


  Patrizia Valduga

Sospese nell’aria.

Da due mali, ciascuno di per sè mostruoso,
Fui posseduto, lunghi, difficili a passare,
Un grido Assenza, Assenza, dentro il cuore
E nel bosco il gran soffio d’inverno furioso.

Non credere; ché quando la fiamma al focolare
Ardeva e non filtrava le chiuse porte il vento,
Io come quegli stecchi mi sentivo bruciare,
Lungi dalla mia causa, calore proprio e centro

Meglio nell’aria ghiacciata andare,
Nelle nevi lavare la mia ferita a guarirla,
Là meno doloroso il cuore mi batteva,
Cotto dal freddo, la pena senza sentirla

E dove io cammino la raffica omicida
Questo corpo piegava, questi occhi stravolgendo,
Ed anche se nel cuore il sangue non mi ghiacciava
Troppo scarso scorreva per darne una goccia al sogno

Amore, queste dita che avevano conosciuto
La tua carezza è stretto le nostre forze unite,
Erano dieci povere stupide dita da nulla,
Dieci ghiacciate radici sospese nell’aria.


John Crowe Ransom
“Ricordo d’inverno”

Senza una data da ricordare…

dimenticanza

Senza una data da ricordare
né un luogo ben preciso da indicare
ecco che arriva la dimenticanza.
  
Silenziosa
come un morto che galleggia sul fiume,
lontana, ineluttabile
come può essere solo il destino:
  
come un’ampia zona buia, 
o una scultura perfetta,
come una faccia senza lineamenti, 
senza sguardo. E’ così che arriva.
 
Si crea una sera, all’improvviso, 
lasciandoci stupefatti,
senza un’esclamazione, senza un grido.
Ci rendiamo conto semplicemente che è nata.
 
E ora mi chiedo:
in quale istante, fra i molti istanti,
in quale giorno, fra i molti giorni
tu mi hai dimenticato?
 


EDUARDO MITRE

Una crepa…

una crepa
 
 
“…come quando una crepa
           attraversa una tazza.”
                              (R.M.Rilke)
 
Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io,  dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
e l’orlo si icrineranno
tornerò a incollarli
finche il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

 

VALERIO  MAGRELLI