Il sale onesto degli abbracci…

il sale onesto degli abbracci

Il sale onesto degli abbracci
il taglio nella fronte

non andar via
lo sfiorarsi labiale

e non sei più cavachiodi di pagine
coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

non il cervello arso
non il fumo dolciastro

ma la torba della terra
nella quale – allungandoti – ti stenderai

che bocca ricordi bocca

e labbro il labbro

morso


ALEKSADR  SKIDAN

Come un libro…

come un libro aperto...

C’è chi ti legge come un libro aperto,

chi ti chiude come un libro letto,

chi ti scrive come un libro bianco,

chi ha perso il segnalibro,

chi voleva leggerti ma le emozioni non erano in saldo,

chi ti ha sfogliato e riposto sullo scaffale,

chi ti ha portato a casa e messo in libreria.

Può capitare nella vita che qualcuno ti legga sul serio,

dalla copertina all’ultima pagina,

portandoti con sé come il dono più prezioso.


Francesco Paolo Ettari

La cordicella rossa.

la cordicella rossa...

Quando arrivò il momento

in cui dovevamo salutarci,

come una nuvola che solennemente scenda,

ebbi solo il tempo di legarti il polso

con una cordicella rossa,

mentre le mie mani tremavano.

Ora, mentre sbocciano i fiori

siedo da solo nell’erba

e mi vibra dentro una domanda:

“Hai ancora la mia cordicella rossa?”


RABINDRANATH TAGORE
tratto da “Dono d’amore”

Così, come Dio vuole…

così, come Dio vuole...

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,

no per il freddo, no per la paura,

no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,

ma di quel niente che passa per i cieli

e fiata sulla terra che ringrazia…

Forse è stato come trema il cuore,

a te, quando nella notte va via la luna,

o viene mattina e pare che il chiarore si muoia

ed è la vita che ritorna vita…

Forse è stato come si trema insieme,

così, senza saperlo, come Dio vuole…


FRANCO LOI

Arte ombrosa…

arte ombrosa...

Nel mio mestiere o arte ombrosa

praticata nella notte quieta

quando solo la luna s’infiamma

e gli amanti riposano a letto

con tutti i dolori nelle braccia,

il mio lavoro è cantare la luce

non per ambizione o pane,

non per vanagloria o commercio di incanti

su impalcature in avorio

ma per il modesto salario

del loro più segreto cuore.

Non scrivo per l’uomo orgoglioso

che si ritrae nella furia di luna

su questo zampillo di pagine,

non per i morti che torreggiano

con i loro usignoli e salmi

ma per gli amanti che abbracciano

i dolori di tutte le età,

e non offrono lodi o compensi

incuranti del mio mestiere o arte.


DYLAN THOMAS

Cosa farei mai…

cosa farei mai...

Cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra

Cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

Cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me


SAMUEL BECKETT

Rimasero lì in piedi, pazienti…

rimasero lì in piedi, pazienti...

Rubate ciò che vi è stato rubato,
prendetevi finalmente quel che è vostro, gridava,
intirizzito, la giacca gli andava stretta,
i suoi capelli guizzavano sotto le gru
e lui gridava: io sono uno di voi,
cosa state ancora ad aspettare? Adesso
è ora, sfondate le barriere,
gettate la gentaglia a mare,
con violenza, coi coltelli, con le nude mani!
E mostrava loro il coltello,
mostrava loro la nuda mano.

Ma quelli della terza classe,
emigranti tutti, stavano lì fermi
nell’oscurità, si toglievano tranquillamente
il berretto e restavano ad ascoltarlo.

Ma quando vi deciderete a prendere vendetta,
se non vi muovete subito?
O forse non siete capaci di vedere del sangue
che non sia quello dei vostri figli e il vostro?
E si graffiava il viso
e si feriva le mani
e mostrava loro il suo sangue.

Ma quelli della terza classe
lo ascoltavano e tacevano.
Non perché non capissero;
non perché avessero fame:

non era per via di tutto ciò. Non era
così facile da spiegare.
Capivano, certo, quel che diceva,
ma non capivano lui.
Le sue parole non erano le loro.
Erano rosi da paure diverse
dalle sue, e da altre speranze.

Rimasero lì in piedi, pazienti,
con i loro zaini, i loro rosari,
i loro bambini,
dietro alle barriere, gli fecero largo,
lo ascoltavano, rispettosamente,
e attesero, finché non affondarono.


H.M. ENZENSBERGER
tratto da “La fine del Titanic”

“Questa è la storia più triste che abbia mai sentito”…

la storia triste...

Comincia, come tutte le storie vere, chissà dove. Cercare l’inizio è come tentare di scoprire la sorgente di un fiume…

Chiudo gli occhi e affondo la punta. Li apro ed eccomi là, nel seminterrato di un negozio di libri, a masticare la carta. Come accade a molti piaceri illeciti masticare la carta divenne ben presto un’abitudine e poco dopo una fame insaziabile. Ridacchiate? Presumo che voi considerate il mio un volgare caso di dipendenza o forse un classico disturbo mentale ossessivo-compulsivo. Potreste avere ragione. Tuttavia il concetto di dipendenza non è abbastanza profondo, per descrivere questo tipo di fame, che io chiamerei piuttosto amore.

All’inizio mi avventavo senza andare troppo per il sottile, ma presto cominciai a notare che ogni libro aveva un sapore diverso: dolce, amaro, aspro, agrodolce, rancido, salato, agro. Notai, anche, che ciascun gusto portava con sé e suscitava nella mente un insieme di immagini e rappresentazioni di cose di cui non sapevo nulla.

Divorando un libro dopo l’altro, continuavo la mia formazione. Avevo scoperto una relazione interessante tra il sapore e qualità letteraria. Da allora il mio motto divenne: “Quel che è buono da mangiare è buono da leggere”. Il mio intelletto divenne più affilato dei miei stessi denti. Presto riuscii a finire un romanzo di quattrocento pagine in un’ora, a far fuori Spinoza in un giorno. Non riuscivo a spiegarmi come mai mi fosse stato concesso tutto questo. È possibile che io abbia un Destino? Le vite, nelle storie, hanno sempre un significato e un fine. Persino le esistenze più balorde e senza scopo.

Non ho mai avuto molto coraggio, né fisico, ed è stato duro riconoscere quanto forse insulsa la mia esistenza e priva di una storia in cui incarnarsi. Così, molto presto, iniziai a consolarmi con l’idea assurda, ridicola, di avere un Destino. Cominciai a cercarlo nei libri appunto, viaggiando nello spazio e nel tempo.

Ridete. Fate bene a ridere. Un tempo fui – malgrado il mio aspetto sgradevole – un inguaribile romantico, la più assurda e ridicola delle creature. E un umanista anche. E nonostante o forse grazie a queste debolezze fui in grado di conoscere una gran quantità di figure leggendarie e di persone di genio. Subito riconobbi in loro dei compagni di strada afflitti, isterici come me.

Malgrado l’intelligenza, il tatto, la raffinatezza, la delicata sensibilità e la crescente erudizione, rimanevo una creatura con molti limiti. Leggere è una cosa, ma parlare è tutt’altra faccenda; e non mi riferisco alla capacità di parlare in pubblico. Non intendo dire che soffrivo di fobia sociale, per quanto, in realtà, ne fossi affetto.  No, mi riferisco alla vera e propria produzione di suoni articolari. Non ero in grado di farlo, ero condannato al silenzio. Tutte le frasi meravigliose che si libravano in volo nella mia testa come farfalle svolazzavano dentro una gabbia da cui non sarebbero mai uscite. Tutte le parole incantevoli che rimuginavo e mimavo a fior di labbra nel silenzio strozzato del mio pensiero erano inutili come migliaia, milioni di parole che avevo stracciato via dai libri e ingoiato, tutto buttato via, muto, inservibile, sprecato. Per un problema di natura fisiologica: non possiedo il tipo adatto di corde vocali. Non sono mai stato capace di andare al di là di qualche variazione incompensibile del puro squittio. Squit, squit, squit.

Oh, che razza di clown! Rido, per non piangere. Cosa che, naturalmente, non mi è possibile fare… Come ridere, d’altro canto, se non nella mia testa, dove quel riso è più doloroso delle lacrime…


SAM SAVAGE
tratto da “Firmino”

Che t’importa del mio nome?..

Il mio nome

Che t’importa del mio nome?
Esso morirà, come il triste rumore
Dell’onda, che batte contro una lontana riva,
Come un suono notturno in un profondo bosco.

Esso sul foglietto di un album
Lascerà una morta traccia, simile
Al ricamo di una iscrizione tombale
In una lingua sconosciuta

Che c’è in questo nome? Da tempo dimenticato
Nelle agitazioni nuove e ribelli,
Alla tua anima esso non darà
Puri, teneri ricordi

Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,
Pronuncialo con nostalgia;
Dì: c’è una memoria di me,
C’è al mondo un cuore nel quale io vivo…


ALEKSANDR PUSKIN

E io sincero facevo la commedia…

e io sincero facevo la commedia...

Tu mi hai detto: ” Sono stanca di commedia…

Oh tu, come gli altri uomini, ombra con le mani!

Ma lasciami perdere! Facciamo come la gente

che si stringe, si accoppia, e se ne va!”

Io ti ho guardata, e dentro la paura mi è venuta

come quando si pensa la morte:

ho visto l’erba sollevarsi di vento,

e la commedia ero io,

e tu il mio pensarmi…

E allora ti ho parlato d’aria e d’amore,

e pieno di dignità ho cercato il piangere.

Ed era verità la mia commedia ed era un fingere,

e non quel nostro piangere,

ma la ragione, il senso della paura

che non era d’amore ma di pietà,

e io sincero facevo la commedia

per la disperazione di essere lontano.


FRANCO LOI