Disadattato.

nel disordine...

Non importa che il volume sia assordante

Che la strada non finisca o che non esista percorrenza

Che le parole possano fermarsi in uno spazio occupato

Non interessa se il tempo è grigio

O solo se tempo non è mai stato

Se sfiliamo sui precipizi – spesso sperando di restare solo in equilibrio e la maggior parte delle volte ci caschiamo

Non conta saper dove andare

Non essere mai partiti

Prevedere il futuro

Sentire odori nuovi

Sperare di odorare ancora le fragranze di una vita di effluvi

Scavalcare il dolore

Nascondere Ogni paura

Importa a qualcuno di qualcuno?

Importa a qualcuno di qualcosa?

E lasciamo che il progresso diventi regresso

Che il silenzio possa non insegnare

Tanto non ha un cazzo da dire altrimenti urlava

Lasciamo che restino chiuse le porte

Che le file si sfoltiscano

Tanto le origini delle code non dovrebbero aver senso se non in chi le fa

Che tutto perda colore

Tanto le tinte sono solo dettagli

Che vuoi che possano contare

Non esiste niente oltre – restiamo fermi allora

Non senti niente?

Possiamo anche non svegliarci

Eppure

Eppure ci credo spesso più di quando vorrei

Dovrei

Posso permettermi di fare

Credere è come finire dritto dove non volevi andare – ci vai lo stesso tanto non avresti alternative.

Ma posso anche fingere di non sapere

Dirlo anche quando non lo provo

Provarlo e non saperlo dire

Sognarlo e non avere facoltà di farlo

Poterlo fare e non saper sognare

Ho imparato a distinguere nel disordine che dimora in me

Ho capito che il disordine è l’umanità ed io posso solo

Riordinare ogni tanto

Sistemare tutto – sapendo –

Che l’apparenza è solo un modo per naccontare una subdola verità

Disadattato


FRANCESCO CACCIOLA

via Disadattato — La leggerezza dell’ anima


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Simbolo d’assenza…

simbolo d'assenza...

Non è piuma, non è ala, non è tatto

la parola senza sguardi non ha impatto.

Solitaria e selvaggia lancia un suono

e veleggia, scoria nel vento. e non sa di buono.

Non sa di buono come un riso sincero

quel cristallino farfugliare che sa di vero.

La parola, qui, s’arrotonda e si veste

ma non è la mano dolce che ti sveste,

non è silenzio d’attesa in rorida presenza

è solo smunto e pallido fiore simbolo d’assenza.


FRANZ

via Simbolo d’assenza — FRANZ

Le cose più leggere…

le cose più leggere...

Alla fine scoprirai

che le cose più leggere son le uniche

che il vento non è riuscito a portar via

un ritornello antico

una carezza al momento giusto

lo sfogliare un libro di poesie

l’odore stesso che aveva un giorno il vento.


MÁRIO QUINTANA

C’è, chi dà la colpa…

c'è, chi da la colpa...

Laurin42

C’è, chi dà la colpa
alle piene di primavera,
al peso di un grassone
che viaggiava in autocorriera:
io non mi meraviglio
che il ponte sia crollato,
perché l’avevano fatto
di cemento “amato”.
Invece doveva essere
“armato”, s’intende,
ma la erre c’è sempre
qualcuno che se la prende.
Il cemento senza erre
(oppure con l’erre moscia)
fa il pilone deboluccio
e l’arcata troppo floscia.
In conclusione, il ponte
è colato a picco,
e il ladro di “erre”
è diventato ricco:
passeggia per la città,
va al mare d’estate,
e in tasca gli tintinnano
le “erre” rubate.

Ladro di “Erre”, Gianni Rodari. 1972.

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Da qualche parte, laggiù…

Da qualche parte, laggiù

Molte migliaia di miglia

Si trova nella mia patria

Dove così tanto

È andato così male

La democrazia è stata ferita

Colpito dal cieco agitato

Costretto dall’ignoranza e dalla paura

Non capisco

Come alcuni possono nutrire così tanto odio

Tale indecenza, suppurazione, fertilizzata nell’oscurità

Giusto, non mi capiscono

Con la mia insistenza dichiarata

Quelle pietre non dovrebbero essere lanciate contro un estraneo

Solo perché non hai mai camminato per un miglio

Nel loro blues

Dove sono i pezzi mancanti che possono unirci

E perché

È ancora un puzzle?

Riflessioni da Cómpeta, Spagna.Altro da seguire. Ho solo bisogno di qualche minuto per sedermi su una collina vicina e lasciare che la natura mi ricordi com’era prima che tutti gli umani arrivassero e facessero saltare in aria le cose.Saluti.

– BRIAN LAGEOSE –

Bonnywood Manor

Somewhere, over there

Many thousands of miles

Lies my homeland

Where so much

Has gone so wrong

Democracy has been wounded

Stabbed by the flailing blind

Compelled by ignorance and fear

I don’t understand

How some can harbor so much hate

Such indecency, festering, fertilized in the dark

Fair play, they don’t understand me

With my avowed insistence

That stones should not be cast against a stranger

Just because you never walked a mile

In their blues

Where are the missing pieces that can unite us

And why

Is it still a puzzle?

Reflections from Cómpeta, Spain. More to follow. I just need a few minutes to sit on a nearby hilltop and let nature remind me of what it was like before all the humans arrived and jacked things up. Cheers.

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Il vuoto umano…

il vuoto umano...

La verità intoccabile di un uomo

vince gli aghi di luce scorporata

nelle soavi tetanìe d’amore

E ogni riscatto che di lei si è udito

su tanta piaga è uno straccio pudico

di lingue mozze un muto nutrito

Chiaro e scuro di pena era quel pane

mangiato soli guardando la sera

mentre in catene la buia sfera

batte a vetri e persiane

Due vite deboli in un vuoto bidone

Ad altra vola l’insetto mano

toccare vuole in vite che trova

il vuoto umano

Vedi che viene: è fatto di sciagura

lascia una traccia di pura paura

temi i suoi piedi e la sua faccia oscura

Catabasi senza fine

lettura d’uomo, ritrai la mano

dall’abito rovente in cui respira;

Il sale bianco del suo sparire

dolce è da dire


GUIDO CERONETTI

Dimmi: e poi non fa niente…

L'infinito pomerio

Dimmi che cosa ho perduto 

dimmi in che cosa mi sono perduto

e perché così tanto, quasi tutto

ho lasciato a piè del muro –

gemellari luci, auricolazioni

nell’infinito pomerio

 

Da sempre vi inciampo,

in qualcosa di combattuto  

vinto ribelle e comunque

muto – lussazioni

nei baluginii del pomerio

Dimmi quale è che modo

di collassarsi

Dimmi quale lingua ho perduto

e lasciato collassarsi

Dimmi in che lingua ho perduto

ho collassato

e perché in questa cinta amata

per la sua tanta perdita

mi sono aggirato

senza mai perdermi

ma pur sono stato perduto

da alcuni da alcuno

Dimmi perché ogni nervo

d’erbe verdissime su

dal collassato campo di mura

e pomerii

percepisca quel che io

non percepisco

nello sfatato, nel collassato,

nel simil – nato

in cui mi sono guadagnato

e ripetuto

Dimmi perché questo

disamore per sempre

mi porta davanti all’amore

creduto perduto –

amori raccattati come filìi di sputo,

invasione, luogo invasato

tutto nel rivolgersi al mio iato

 

Dimmi: e poi non fa niente:

chinato sul pomerio all’impari,

sotto sbilancio o sfratto

dall’alto stato dei cieli:

forzano a mille danari

succhiano da mille prede

offerte luminarie

ho avviato là qualcosa di mio

a scorrere davanti a me

a qualificare profondità – ruine

mondi,

occhieggianti divine latrine –

mi sono adeguato a voi divote

e umili demarcazioni territoriali

deposte da quanto è più

chimicamente animale –

e mi apriste in incalcolabili avanti

afferendomi ai collassati cieli

ai loro ammanchi palpitanti!

 

Dimmi perché adorando

questa perdita secca

o riducendo

o riducendo a più non posso

e basta

o non badando a remissione,

mutuo, sostituto, oh,

come accucciato accucciato

o divaricato divaricato

dal mio collassato mi sono evoluto

sì che potrei

con le mie parti infime

del brillio dell’oscuro

lo stato vero assumere

e oralità e orazione infine adergere

essere – in esse – chimico segno

pomo ponfo

mai prima individuato

dentro la folata del crepuscolo

del rilasciato 

dell’affrancato 

del defenestrato

al di là di labbra e nari

su instabilità di pomeri

di legenda di agenda

e luminarie


ANDREA ZANZOTTO
“Collassare e pomerio”

Lei era e non era…

lei era e non era...

Lei era e non era

verità – ne soffriva

il trito carme

del quale era regina, ne soffriva

l’uomo che lo scriveva sempre, perpetuamente.

Questo ora sa e ne brucia di vergogna.

Ed ecco all’improvviso si sente oltrepassata da sé,

remota, eppure cima d’un muto desiderio senza fine,

termine, ancora, d’una silenziosa caccia.

C’è, oscuro,

chi desidera in quella dura astralità raggiungerla,

una mente umana attacca quella distanza

e lei, cerva, vorrebbe 

tra sé e quella mente avida

tutto quell’azzurro accrescere, tutta quella solitudine

e, sì, pazza, vorrebbe, anche…

che cosa?

Con tutto ricongiungersi, tutto definitivamente essere.


Mario Luzi

Il tempo e l’uomo.

il tempo è l'uomo...
 S’accorge il tempo della sua furtività,  
tradisce un soprassalto l’uomo.  
Tempo, l’uomo,  
che s’allarma dentro il tempo fermo 
insediato nella sua durata, 
immobile nel suo trascorrimento.
Tempo dell’uomo 
nel paragone con il tempo – 
leva esso il suo pugno d’istanti, 
d’illusorie perennità –  
 persi quelli e queste rapite in quel certame…  
ma eccolo, s’infiamma in cima alla collina,   
lo sfiora il vento nuovo,   
lui salpa, nell’azzurro e nell’oro si sfarina,  
tempo dolente nella carne,
nella storia.


MARIO LUZI