Cos’era…

cos'era...

Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era…

Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lasciò sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.


MARK STRAND

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Lo specchio.

lo specchio...

Che oggetto triste

hanno inventato gli uomini!

Chiunque si specchia

sta di fronte a se stesso

e chi pone la domanda

è, al tempo stesso, l’interrogato.

Per entrare più a fondo

l’uomo deve fare il contrario,

allontanarsi.


KIKUO TAKANO

Temporaneo…

Sentii la notte dileguarsi

La mia anima posarsi nel sonno e dormire sui sogni

Sentii l’energia progredire e la quiete adattarsi alle scene

Sentii me stesso nell’ adeguatezza del tempo

Scorrevo come lui volteggiando nel vuoto di un momento che temporaneo sussurrava

 Estraneo


Francesco Cacciola


via Temporaneo — La leggerezza dell’ anima


Così, come Dio vuole…

così, come Dio vuole...

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle,

no per il freddo, no per la paura,

no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza,

ma di quel niente che passa per i cieli

e fiata sulla terra che ringrazia…

Forse è stato come trema il cuore,

a te, quando nella notte va via la luna,

o viene mattina e pare che il chiarore si muoia

ed è la vita che ritorna vita…

Forse è stato come si trema insieme,

così, senza saperlo, come Dio vuole…


FRANCO LOI

Cosa farei mai…

cosa farei mai...

Cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra

Cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

Cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me


SAMUEL BECKETT

In me c’è qualcosa…

in me c'è qualcosa di rotto...

In me c’è qualcosa di rotto.
Sono come l’orologio che si ferma
poco dopo averlo caricato,
come il piatto incrinato che non torna
nuovo se anche
lo incolli con cura.

In me c’è qualcosa di schiacciato.
Sono come il tubetto di dentifricio
quando nulla ne esce
se anche lo premi,
come la pallina da ping-pong ammaccata
che non può tenere più in gioco
nemmeno un buon giocatore.

Ci sono oggetti distrutti e schiacciati
dal principio, senza motivo, in me:
l’ombrello che non sta aperto, il violino
fuori uso e i sandali coi cinturini rotti,
il rubinetto intasato, il flauto
sfiatato, la lampada consumata.

Eppure non mi perdo d’animo,
l’ira non mi trascina, né mi tormento
come una volta, anzi mi auguro
di potermi riempire
di quelle cose inutili,
restando distrutto e schiacciato,
in questo trovando il mio orgoglio.


K. TAKANO

Guardai indietro…

guardai indietro...

Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma, curiosità a parte, potevo avere altri motivi.
Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa d’argento.
Per distrazione – mentre allacciavo il sandalo…

Per la disobbedienza degli umili.
Per tendere l’orecchio agli inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio ci avesse ripensato…


Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il fagotto.
Guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni, topi di campo, piccoli di avvoltoio.
Non più buoni nè cattivi – ogni cosa vivente
strisciava e saltava in un panico collettivo, semplicemente.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare…

Guardai indietro per l’ira…Guardai indietro per molte ragioni.
Guardai indietro non per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d’improvviso la strada…

No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finché il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia ardente…

Mancandomi l’aria, mi rigirai più volte…


WISLAWA  SZYMBORSKA
tratto da
“La moglie di Lot”

Mi piace…

mi piace

Mi piace che tu sei innamorato non di me,

Mi piace che io sono innamorata non di te,

E che mai la pesante sfera terrestre

Mancherà sotto i nostri piedi.

Mi piace che si possa essere buffe, lasciati andare,

E non giocare con parole,

E non arrossire di un’onda soffocante

Appena sfiorandosi con le maniche.

Mi piace, anche, che tu davanti a me

Tranquillamente abbracci un’altra

E non mi auguri di bruciare nell’inferno

Perché io bacio non te. 

E che il mio nome tenero e dolce

Non ricordi né di giorno né di notte, invano…

Mi piace che mai nel silenzio di una chiesa

Canteranno sopra di noi: Alleluia!

Ti ringrazio con il cuore e con la mano

Per il fatto che tu, senza saperlo, mi ami così:

Per la mia tranquillità notturna,

Per la rarità degli incontri alle ore del tramonto,

Per le nostre non-passeggiate sotto la luna,

Per il sole non sopra le nostre teste,

Per il fatto che tu sei innamorato, purtroppo, non di me,

Per il fatto che io sono innamorata, purtroppo, non di te.

  


Marina  Cvetaeva

 

Sospese nell’aria.

radici ghiacciati

Da due mali, ciascuno di per sè mostruoso,
Fui posseduto, lunghi, difficili a passare,
Un grido Assenza, Assenza, dentro il cuore
E nel bosco il gran soffio d’inverno furioso.

Non credere; ché quando la fiamma al focolare
Ardeva e non filtrava le chiuse porte il vento,
Io come quegli stecchi mi sentivo bruciare,
Lungi dalla mia causa, calore proprio e centro

Meglio nell’aria ghiacciata andare,
Nelle nevi lavare la mia ferita a guarirla,
Là meno doloroso il cuore mi batteva,
Cotto dal freddo, la pena senza sentirla

E dove io cammino la raffica omicida
Questo corpo piegava, questi occhi stravolgendo,
Ed anche se nel cuore il sangue non mi ghiacciava
Troppo scarso scorreva per darne una goccia al sogno

Amore, queste dita che avevano conosciuto
La tua carezza è stretto le nostre forze unite,
Erano dieci povere stupide dita da nulla,
Dieci ghiacciate radici sospese nell’aria.

 


John Crowe Ransom
“Ricordo d’inverno”